Recensioni

Non che abbia un qualche significato particolare, ma i DCIAB sono torinesi e – insomma – un patrio moto d’orgoglio può starci. Anche perchè si tratta di quella che potrebbe definirsi un’eccellenza del made in Italy. Giunti alla terza prova, Luca “Swanz” Andriolo (reduce dal suo disco solista come Swanz The Lonely Cat uscito l’anno scorso) e soci mettono finalmente nel sacco il trapattoniano gatto con un lavoro che si candida seriamente a disco dell’anno, almeno tra quelli concepiti in Italia.
Dopo i primi due album usciti sulla catanese Viceversa, la band cambia etichetta virando su Gusstaff ma non ne risente il prodotto finale, anzi. La commistione tra generi è sempre stata il marchio di fabbrica, ma Sad Dolls And Furious Flowers ne è la sublimazione, e la maggior parte del merito è da ascrivere a canzoni che restano impresse. Ma se è difficile rendere per iscritto le sensazioni, si può parlare invece del resto. C’è infatti da perdersi nel mare magnum di rimandi e riferimenti. Sad Dolls… è un lavoro più aperto, più universale, più timbricamente vario, forse anche più rock, rispetto ai precedenti di una band dove tutti sono polistrumentisti e si districano con estrema disinvoltura tra banjo, balalaike, mandolini, violini, fisarmoniche, archi, fiati, oltre a chitarra, basso, batteria e finanche l’elettronica. Un lavoro di musica tradizionale e moderna al tempo stesso, sperimentale e sperimentata. Ma per paradossale che sia, la musica stessa è solo uno dei tanti ingredienti, affiancandosi a poesia, cabaret e teatro-canzone.
Se l’arte più nobile è quella che avvicina al mondo delle Idee, qui le prime a essere evocate sono quelle di coralità e itineranza. La prima, perchè l’ensemble è sempre stato aperto alle influenze, anche nella pratica di allargare la line-up a musicisti esterni; la seconda perchè una casa vera e propria, il combo sembra non averla, almeno musicalmente. Il viaggio metaforico, ideale, è lungo le coordinate della musica dal mondo. Ma non aspettatevi il solito pappone trito e ritrito, né il solito campionario di luoghi comuni quando si parla di melting pot. Qui tutto è amalgamato alla perfezione, rimanendo peraltro nel solco di un’impronta fortemente peculiare: un disco del “Gatto morto” lo riconosci subito, nonostante tutto.
E nonostante le infinite chiavi d’accesso che ci dà in dote. In Bambole tristi e fiori arrabbiati c’è di tutto, ma di tutto davvero, dal folk alla canzone francese, passando per jazz, tzigana, tex-mex e bluegrass. Pazzesco. Balcanica, folk americano, klezmer, sperimentalismo mitteleuropeo e musica araba si ritrovano insieme come in una babele prima della dispersione. Vi risuonano Nick Cave, i Tindersticks, Leonard Cohen, Vic Chesnutt, Calexico, Jacques Brel, Nine Inch Nails e Einstürzende Neubauten. Si passa da oscure ballate a fughe country, all’isteria di spasmi industrial metropolitani, a improvvise derive noise. Il tutto con l’ombra della notte che incombe, l’inquietudine delle atmosfere dark, l’evocazione della paura del futuro, della tristezza, della nostalgia. La voce di Swanz è navigata, disillusa, consumata dal fumo di sigarette come l’io narrante di un film noir di Billy Wilder.
E se un brano come Thirsty regala brividi d’esaltazione coi suoi battiti minacciosi, The Place You Shouldn’t Go è apocalittica, Not A Promise splendida nelle sue pieghe languide e con accordi prossimi a Bowie, mentre The Voice You Shouldn’t Hear è la descrizione (a suo modo) di un attacco di panico. E poi c’è quella meravigliosa cover in salsa…ungherese di Venus In Furs dei Velvet Underground che da sola vale tutto il disco. Insomma, ascoltateli, seguiteli, sosteneteli, perchè meritano davvero. E se possibile, non perdeteveli dal vivo.
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