Recensioni

7.3

Tre anni fa l’esordio Lost Bags ci fece un po’ l’effetto di un’aspirina scaduta nel bicchiere di whiskey: qualcosa di stordente e improbabile ad un tempo, un intruglio che bevevi sulla spinta di motivazioni intrinseche e di un fascino insidioso, cupo, difficilmente catalogabile. Sembravano allora uno spaghetti western girato su pellicola ammuffita in un baule mitteleuropeo, con tutto il corollario di angosce letterarie ed estro balcanico.

Col qui presente sophomore Late for a Song lo sembrano ancora, la calligrafia anzi è più incisiva, affondata nel solco tra astrazione cinematica e realismo sanguigno. Il quintetto torinese (con l’aiuto di un pugno di ospiti tra cui Valerio Corzani e Davide Tosches) dà fondo all’armamentario di banjo, contrabbasso, moog, lap-steel, armonium, violino, pianoforte, vibrafono, organo a pompa, fisarmonica, sega ad archetto e fiati vari per un viaggio che – sulla scorta del canto cavernoso e vibratile di Luca Swanz Andriolo – disloca il cinematico nel geografico e viceversa. Un carosello di fantasmi trepidi e ghignanti lungo quindici tracce dispersive e furibonde, crepuscolari e incendiarie.

Detto di una The House of the Rising Sun che accompagna gli Animals su una frontiera esausta e squamosa, capita di sentirli mestare psicosi Nick Cave in un immaginario amniotico Calexico (la rarefatta Silence Is Not Pure), oppure incendiare sabbia paisley tra acidità dinoccolate Tom Waits (Ravens At My Window), o ancora farsi cogliere da una spossatezza d’anima che mastica malinconia a bassa fedeltà (quella All Those Things che sembra una outtake triste di Nebraska). Altrove incalzano in levare balcanico come dei cuginastri derelitti dei Gogol Bordello (Wanderer’s Curse), tra fatamorgane circensi che modulano il registro su malanimi impressionisti (la toccante Za późno na piosenkę, la milonga a cuore nero di Once at Least) e pièce che rivoltano la solenne guittezza Cohen in nevrastenia Xiu Xiu (Old Shirt).

Nè tradizionalisti né sperimentali, i Dead Cat In A Bag fanno musica che sembra esalare dalle ferite nascoste, dai viottoli dimenticati, dalle bettole in cui non entreresti, dai romanzi coperti di polvere, dalle emozioni per cui non sono state inventate parole, dalle vite che accadono dietro l’ombra dello spettacolo quotidiano. Suonano come se fossero la faccia scura del nostro scontento profondo. Il loro percorso si sta facendo interessantissimo.

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