Recensioni

Non è difficile immaginarsi perchè Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot, Freaks Out) abbia deciso di produrre Denti da Squalo, il film d’esordio di Davide Gentile. A parte un cortometraggio diretto da Claudio Santamaria, The Millionairs (2017), è la prima volta che il regista romano produce senza essere in cabina di regia e, stando al sito ufficiale della sua Goon Films, non sarà nemmeno l’ultima.
Grazie al successo dei suoi due film, Mainetti è diventato noto al pubblico per la capacità di prendere alcuni dei simboli provenienti dall’immaginario pop statunitense (e dall’animazione giapponese) e inserirli, in maniera piuttosto brillante, dentro un contesto tipicamente italiano, impostando così un dialogo costante e affascinante tra le varie cinematografie messe in campo. Certo non è un approccio inedito, ma è proprio di molti nostri autori contemporanei che citano e omaggiano di continuo le culture visuali con cui sono cresciuti (dai film dei Manetti Bros. alla serie Netflix di Zerocalcare).

Litorale romano. Walter (Tiziano Menichelli) ha tredici anni, vive con la madre (Virginia Raffaele) e ha appena perso il padre (Santamaria) per colpa di un incidente sul lavoro. Un giorno, vagando con la bicicletta lungo la costa, trova una villa apparentemente abbandonata e scopre che nella piscina ci abita uno squalo. Lì conosce Carlo (Stefano Rosci), un ragazzo più grande che si spaccia come il custode della casa. Walter è completamente rapito dalle storie che il nuovo amico gli racconta, storie riguardanti le imprese del malavitoso noto come Il Corsaro (Edoardo Pesce) e di come, con l’aiuto di un fido compagno, abbia sottratto la villa al boss chiamato il Barracuda. Per il protagonista inizia un percorso di crescita che avrà molti punti in comune con il destino di quello squalo che teme e, allo stesso tempo, ammira.
«Il film è spielberghiano nel suo DNA: se da una parte Elliot aveva E.T. come migliore amico il nostro Walter ha uno squalo» queste sono le parole di Gabriele Mainetti per il lancio di Denti da squalo e come dargli torto una volta terminata la visione. Nel film di Davide Gentile (un «pischello milanese», dice il collega romano) è forte la presenza di Steven Spielberg e dei coming of age statunitensi degli anni Ottanta, molti dei quali prodotti dallo stesso Maestro.
Innanzitutto, che sia per lutto o per lontananza, la scomparsa di qualcuno è il fattore scatenante dell’avventura dei ragazzi, magari situati nella fase intermedia tra infanzia e adolescenza, come in E.T – L’Extraterrestre (Spielberg, 1982) o Stand by Me – Ricordo di un’estate (Rob Reiner, 1986). E infatti la prima inquadratura di Denti da Squalo ha al centro Walter, in abiti da funerale, che guarda il mare dalla spiaggia mentre la madre lo aspetta con gli occhi gonfi di lacrime: l’inizio del suo viaggio coincide con la fine di quello del padre, figura misteriosa i cui resti (e indizi) sono sparsi nello spazio abitato dal bimbo, tra scaffali pieni di vinili e fotografie e scatole “segrete” che nascondono pistole realizzate su misura.

Proprio come Elliot, il cui padre era fuggito con un’altra donna, Walter (Menichelli è perfetto) subisce il peso dell’assenza, accentra su di sé il dolore senza prendere in considerazione quello di una vedova (inedita e brava Raffaele) e proietta speranze e aspettative nei contorni di un Altro. In questo caso è lo squalo, il predatore per eccellenza, metafora di un vivere criminale che da anni governa incontrastata socialità e gerarchie (e rappresentazioni mediatiche) della periferia romana.
Walter vorrebbe essere uno squalo, vorrebbe ricoprire il ruolo di qualcuno che ha smesso di aver paura solo perchè gli altri hanno cominciato ad aver paura di lui. E suo padre (Santamaria fa il giusto e l’onesto) lo era prima di cambiare “mestiere”, prima di diventare un semplice operaio e perdere la vita per un gesto eroico (ha salvato un collega finendo dentro un depuratore). La ricerca del perchè di tale scelta è cruciale per il giovane protagonista (l’ha fatto per amore? Per debolezza?) ed è la spinta che lo porterà a buttarsi nelle malavita del litorale.

Ma poi, com’era palese fin dalla prima comparsa del “fantasma” paterno, lo squalo si trasformerà in qualcosa di diverso, non sarà più il mostro da sfamare o l’alieno da temere: «uno squalo che non fa paura ha smesso di essere uno squalo» dice a mo’ di insegnamento il Corsaro, una versione giocosa del Canaro (sempre interpretato da Pesce) di Dogman (Matteo Garrone, 2018).
Ecco allora una delle sequenze più significative del film, arricchita dalla colonna sonora di Mainetti e Michele Braga. Walter è nei sotterranei della villa e scopre una stanza con un’enorme finestra che affaccia sul fondale della piscina; qui ha il primo scontro diretto con lo squalo, irrequieto perchè è uno degli animali che soffre maggiormente l’essere in cattività. Ovviamente il cambio di percezione non ha l’eleganza di Spielberg, ma Davide Gentile è riuscito a dare alla storia quel tocco emotivo ed educativo di cui aveva bisogno per non rimanere chiuso in una cronaca asettica degli eventi.

Mentre funzionano tutte le interazioni con lo squalo, in scena grazie ad un mix ragionato di animatronics e CGI, la parte debole del film riguarda la caduta di Walter nel mondo della criminalità giovanile. Allo scopo di non perdere “l’altezza” di un tredicenne, Gentile evita di approfondire gli aspetti più oscuri di una gang di spacciatori liceali (ad un certo punto Walter si unisce a loro, descritti come macchiette, e diventa un corriere), ma ciò depotenzia il percorso di formazione e il contesto italiano che giustifica l’intera operazione.
Quindi non siamo dalle parti né de I ragazzi della 56° strada (Francis Ford Coppola, 1983) né de La paranza dei bambini (Claudio Giovannesi, 2019), con cui Denti da Squalo condivide la tematica più interessante: il pericoloso fascino che i giovani, se cresciuti in determinate realtà, possono provare nei confronti delle icone “leggendarie” della Malavita, alla stregua di un supereroe, uno sportivo o una popstar.

Nonostante il suo andamento prevedibile, Denti da squalo è un buon film dalle piccole ambizioni e mette in scena un coming-of-age all’americana (un ricordo di un’estate) sfruttando però i topoi di quel cinema italiano che si misura con i sottoboschi malavitosi. Seguendo tale prospettiva, possiamo inserirlo in una specie di macro-universo che Gabriele Mainetti ha costruito negli ultimi dieci anni, infatti, date alcune assonanze, è consigliata anche la visione del suo corto Tiger Boy (2012). Se invece puntiamo i riflettori sugli ingredienti principali (personaggi e cast), che funzionano meglio quando presi singolarmente, il film racconta non solo l’ingresso nell’adolescenza del piccolo Walter ma anche l’ingresso nel panorama cinematografico di Davide Gentile, il cui sguardo tenero rende la sua opera prima meritevole di essere vista.
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