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Da una densa nuvola di fumo emerge Israel (Giorgio Tirabassi), il proprietario dell’itinerante Circo Mezzapiotta. Non sta guardando direttamente in camera, ma tra gli spettatori a cui sta parlando ci siamo anche noi seduti nella sala cinematografica. Poco dopo capiamo che si sta rivolgendo a un gruppo di bambini di una piccola cittadina nei dintorni di Roma: pur sapendo di avere la loro innocente curiosità in pugno, cerca comunque di convincerli a pagare un biglietto per il Circo, promettendo meraviglie inimmaginabili come ogni bravo imbonitore sa fare. Entriamo tutti quanti nel tendone. A turno, e al centro della pista, ci vengono presentati quattro freaks con poteri sovrannaturali: Cencio (Pietro Castellitto), un ragazzo albino e allampanato capace di controllare gli insetti; Mario (Giancarlo Martini), un clown nano con un leggero ritardo mentale e il corpo magnetico; Fulvio (Claudio Santamaria), un burbero uomo-bestia ricoperto di peli e con forza sovrumana; Matilde (Aurora Giovinazzo), una giovane ballerina con un terribile segreto e il cui corpo produce (in)volontarie scariche elettriche. I quattro attori si esibiscono accompagnati musicalmente da Israel, mentre il pubblico ammira non senza qualche sussulto. 

Pietro Castellitto, Giancarlo Martini, Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo. Still da “Freaks Out” (2021). Regia: Gabriele Mainetti

All’improvviso una bomba esplode con violenza vicino al tendone, permettendo alla guerra di farsi spazio all’interno dell’inquadratura. Siamo nel 1943. I cieli sono coperti dai caccia bombardieri tedeschi, alla ricerca di chi resiste. A quel punto la camera da presa fa uno scatto all’esterno, si muove in piano-sequenza tra cadaveri, macerie, urla, sangue e palazzi che crollano; ma se l’orrore della guerra ha interrotto la magia circense, a non finire invece è la magia del cinema. Stacco. Franz (Franz Rogowski), proprietario del Zircus Berlin (il circo del regime nazista in tour in Italia), è catatonico nelle sue stanza private, circondato da imperanti effigi del Führer e deliranti schizzi premonitori (si nota un joystick, un iPhone, lo spremiagrumi Stark, un fidget-spinner…). Anche lui è sempre stato considerato un freak, nato con sei dita per mano e con l’abilità di vedere scorci dal futuro se drogato; in patria è famoso per essere un abile pianista, “inventore” di musiche bizzarre ma fascinose per l’epoca in cui vive (dopo si riconosceranno Creep dei Radiohead e Sweet Child O’ Mine dei Guns N’ Roses). Il suo scopo è trovare quattro misteriosi individui che, avendone visto gli straordinari poteri durante un sogno, potrebbero aiutare la Germania a vincere la guerra.

Franz Rogowski. Still da “Freaks Out” (2021). Regia: Gabriele Mainetti

Le due brevi sequenze sopracitate, posizionate ancor prima dei titoli di testa, costituiscono i dieci minuti iniziali di Freaks Out, il secondo lungometraggio di Gabriele Mainetti arrivato a sei anni dal cult Lo Chiamavano Jeeg Robot e dopo una travagliata, faticosa e costosa (auto)produzione. A grandi linee, tutto quello che si vedrà nel film è già contenuto in questa sfacciata (a ragione) introduzione, confermando e arricchendo la posizione “mediana” dello sguardo del regista romano. Come era già stato per lo scoppiettante esordio, definendone peculiarità e successo, si guarda con infinito amore alle produzioni pop d’oltreoceano (non solo a quelle statunitensi) senza dimenticare l’importanza delle radici italiane, in un mix ultracitazionista che traccia nuovi, ampi sentieri per il cinema mainstream nostrano; cosa che invece, rimanendo in territori “fumettistici”, non si può dire con sicurezza per la via intrapresa dai Manetti Bros nello stranissimo Diabolik, che non tiene minimamente conto dei gusti del pubblico odierno.

Nella complessità registica di Freaks Out è impossibile non riconoscere l’insegnamento dello spettacolo bellico a firma Steven Spielberg (la frenesia degli scontri armati con molteplici punti di vista), così come è facile captare gli echi dei cinecomics nella resa angosciante dei superpoteri (a capofila, gli X-Men di Bryan Singer) o i riflessi del cinema di Guillermo del Toro nella scrittura affettuosa dei freaks (basti vedere l’ultimo La Fiera delle Illusioni – Nightmare Alley). E ovviamente non manca lo spirito di Quentin Tarantino, per la ricerca di un approccio alternativo, anacronistico, straniante alla Storia o per i salti acrobatici tra un genere cinematografico all’altro.

Aurora Giovinazzo. Still da “Freaks Out” (2021). Regia: Gabriele Mainetti

Gabriele Mainetti non dimentica il mondo cinematografico da cui proviene e lo trasforma nel collante (comico, drammatico) che tiene insieme le citazioni internazionali. È questo l’elemento di fascino in un’opera spiccatamente nerd che altrimenti non andrebbe oltre l’intrattenimento fine a sé stesso, per quanto sia stupefacente nella realizzazione (per i nostri standard). Per esempio, l’ambientazione circense rimanda sia all’origine del cinema stesso sia alla poetica di Federico Fellini (da sempre esiste una relazione tra illusioni cinematiche e illusioni circensi). Ma possiamo ricordare anche la sequenza in cui Matilde rincorre disperata il camion su cui è tenuto prigioniero Israel, catturato dai soldati nazisti perché ebreo; l’immagine della bravissima Giovinazzo si sdoppia inevitabilmente e metaforicamente in quella di Anna Magnani in Roma Città Aperta di Roberto Rossellini (citata di recente anche nella prima stagione de L’Amica Geniale di Saverio Costanzo). Al cinema italiano di stampo neorealista, che di fatto è il cuore pulsante di Freaks Out, il cineasta romano dona una nuova veste e lo aggiorna senza mai snaturarlo. E la rappresentazione dei partigiani sembra suggerire tale volontà, essendo stati reinterpretati come dei pirati/briganti reietti della società, abitanti delle foreste e con implementi bionici: quasi tutti i personaggi guidati dal “gobbo” di Max Mazzotta hanno uno o più arti mancanti, talvolta sostituiti da un’arma, in pieno stile Robert Rodriguez. Il corpo è italiano (la storia, l’ironia, l’emozione), lo strumento è americano (gli effetti speciali, le scene d’azione, il bene contro il male).

Freaks Out (e già prima Lo chiamavano Jeeg Robot) è la dimostrazione di quanto al cinema italiano mainstream, per uscire dai soliti schemi concettuali, basti una buona dose di fiducia (che si deve poi tramutare necessariamente in termini più pratici) per guadagnarsi un posto all’interno di un immaginario collettivo contaminato dai supereroi a stelle e strisce; soprattutto se a capo del progetto ci sono autori giovani come Gabriele Mainetti pronti a rischiare, a mettere anima e corpo al servizio delle proprie idee, dei propri sogni. Esattamente come alla Dark Phoenix Matilde, centro narrativo attorno alla quale ruotano tutte le maestranze coinvolte (straordinari gli attori, straordinari i tecnici), serve qualcosa in cui credere e qualcuno che le creda per perdonarsi, esprimere al massimo il proprio potenziale e realizzarsi in quanto supereroina, donna, essere umano.

Still da “Freaks Out” (2021). Regia: Gabriele Mainetti
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