“Jurassic Park”. Un capolavoro che ha cambiato la storia del cinema
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Nicola Rakdej
- 10 Giugno 2023
In The Fabelmans (2022), ultimo grande film di Steven Spielberg, lo stravagante zio Boris (Judd Hirsch) avverte il nipote Sammy (Gabrielle LaBelle) che perseguire il sogno del Cinema lo porterà a strapparsi in due pezzi. Questo perchè un capo della fune sarà sempre stretto nelle mani della Famiglia, descritta come un peso per chiunque voglia diventare un artista. Il giovane protagonista, che è un regista in potenza, rimane piuttosto turbato dalle parole del parente, una figura dai tratti (quasi) mitologici per la velocità con cui entra ed esce dal film. Ma prima ancora di capire cosa lasciarsi alle spalle (nell’eventualità), Sammy è costretto ad affrontare un altro tipo di strappo, la dolorosa separazione dei suoi genitori.
I coniugi Fabelman, Mitzi (Michelle Williams) e Burt (Paul Dano), rappresentano due visioni della Vita opposte e in netto contrasto: la prima è una pianista classica dedita all’Arte (l’irrazionale, il dionisiaco), il secondo è un programmatore di computer divorato dal Lavoro (il razionale, l’apollineo). In parte sono queste differenze a portarli verso la decisione finale, sebbene si ritrovino davanti la disperazione dei figli (Sammy ha tre sorelle minori).
E all’inizio è il ragazzo a subirne maggiormente le conseguenze, dato che è stato lui, per colpa della sua passione per il Cinema, a scoprire il tradimento della madre con l’amico di famiglia Bennie (Seth Rogen); la sequenza del “segreto svelato”, con Sammy che prende consapevolezza guardando e riguardando le sue riprese delle vacanze estive, è un capolavoro di regia.

Che The Fabelmans sarebbe stato un’autobiografia del suo autore era noto fin dall’annuncio del progetto. Scritto durante la pandemia insieme al sodale Tony Kushner, il quale ha raccontato di una serie di incontri via Zoom simili a sedute psicanalitiche, il film è diventato uno degli strumenti più importanti per comprendere a fondo il cinema che è stato (e che sarà) di Steven Spielberg. The Fabelmans ci suggerisce l’idea che Steven – che è Sammy – abbia avuto bisogno di trovare un modo per metabolizzare il divorzio e che il Cinema, in quanto «sogno che non dimenticherà mai» (la battuta iconica del personaggio di Mitzi), era l’unica soluzione per ricucire lo strappo.
Col senno di poi, i suoi film rappresentano ago e filo con cui ha tenuto insieme le differenti personalità del padre e della madre, come se dovesse espiare la colpa di aver causato lui stesso la frattura (ed evitare che il Sogno lo trascinasse lontano dalla Famiglia). Al tempo stesso, Steven/Sammy è consapevole che i figli sono il simbolo stesso dell’unione, indipendentemente dal fatto che i genitori continuino ad amarsi o meno. È in lui, e nelle sue sorelle, che vivrà per sempre il ricordo di chi lo ha cresciuto (Arnold Spielberg è morto nel 2020, mentre Leah Adler nel 2017).
Steven Spielberg, da grande cineasta classico qual è – nell’ispirazione, non nel periodo storico-, ha sempre giocato con le varie dualità della Vita: Bene e Male, Giusto e Sbagliato, Bianco e Nero, Sogno e Realtà, Giovani e Adulti, Vita e Morte, Verità e Finzione, Impegno e Intrattenimento, Arte e Tecnologia, Passione e Lavoro. Gli amanti delle coincidenze potranno evidenziare una serie di anni-chiave in grado di descrivere alla perfezione la poetica del Maestro di Cincinnati, che sia in cabina di regia o in sede di produzione (altra dualità), magari attraverso la sua Amblin Entertainment.

Nel 1989 erano nelle sale statunitensi Indiana Jones e L’ultima Crociata e Always – Per sempre, nel 1993 Jurassic Park e Schindler’s List, nel 2002 Minority Report e Prova a prendermi, nel 2005 La guerra dei mondi e Munich, nel 2011 Le avventure di Tintin: Il segreto dell’Unicorno e War Horse. Leggendo le sinossi di queste opere si riconoscono all’istante le molteplici anime di Spielberg, uno dei pochi registi al mondo ad avere uno sguardo così multiforme, ad essere così abile nel fare coesistere mondi apparentemente lontani.
In tal senso, il 1993 è un anno speciale perchè Schindler’s List è il capolavoro che assottiglia la distanza tra Arte Cinematografica e Documento Storico, mentre Jurassic Park rappresenta il trionfo della Tecnologia e del Cinema Digitale (la madre e il padre, di nuovo). L’evidente contrasto concettuale tra i due film non deve portare all’errore di considerare l’intrattenimento spielberghiano – quello escapista, per intenderci – inferiore rispetto alla sua produzione impegnata. La fantascienza ha molto da raccontare, più di quello che appare in superficie.
Jurassic Park è tratto dall’omonimo romanzo di Michael Crichton, i cui diritti sono stati acquistati dalla Universal l’anno prima l’uscita nelle librerie. Il film racchiude al suo interno non solo le sfaccettature del modus operandi di Spielberg, ma è anche il perfetto esempio di quello che è stato il cinema statunitense degli anni Novanta, un decennio di transizione perchè a metà tra il grande intrattenimento analogico degli anni Ottanta e il grande intrattenimento digitale degli anni Duemila; la cosa divertente è che il regista, oltre al fatto di essere destinato a vivere situazioni intermedie, è stato fondamentale per definire tutti e tre i periodi cinematografici citati.

Basta vedere alla tecnica “mista” con cui sono stati rappresentati i dinosauri del parco: in alcune sequenze sono stati utilizzati gli animatronics, tra i più grandi della Storia del Cinema, in altre invece c’è stato un uso massiccio della CGI, talmente curata che ha fatto da spartiacque e ancora oggi riesce a stupire. Quindi al tempo il passaggio di testimone tra analogico e digitale non era stato ancora completato (bisognerà aspettare il mediocre Star Wars Episodio I – La minaccia fantasma di George Lucas, 1999), ma l’imbonitore Steven Spielberg si è servito di un piccolo e buffo espediente narrativo per non farci accorgere della differenza.
Siamo nella prima ora di film e la visita introduttiva al parco è appena iniziata. L’avvocato Donald Gennaro (Martin Ferrero) chiede al proprietario John Hammond (Richard Attenborough) se gli scienziati, quelli che sta vedendo dall’altra parte di una vetrina, siano in realtà degli animatronics: «non ci sono animatronics al Jurassic Park» risponde tronfio il magnate, sottintendendo così la sua battuta iconica «qui non si bada a spese» (di fatto, è un’evoluzione del sindaco negligente e arrivista de Lo Squalo, 1975). È chiaro che tali parole siano rivolte agli spettatori in sala, sia per sopperire ai “limiti” della Tecnica, per quanto d’avanguardia, sia per incentivare la completa immersione nel «sogno che non dimenticheranno mai».
Come sottolinea Davide Persico nel saggio collettivo Steven Spielberg, a cura di Andrea Minuz ed edito da Marsilio (2019), Jurassic Park «ridefinisce lo statuto dell’immagine filmica […] perchè reale e artificiale si fondono perfettamente in una sorprendente costruzione illusiva […]. L’operazione di Spielberg è quella di conferire un carattere realista attraverso un’immagine completamente costruita e ricreata, ma che rende bene un meccanismo di mimetizzazione/occultamento della finzione, attraverso un’immediatezza trasparente». E la riflessione acquista ulteriore significato se consideriamo la versione in 3D uscita per il ventesimo anniversario.

John Hammond è la reincarnazione dello Spielberg-Tecnico e dello Spielberg-Produttore, Re Mida hollywoodiano dalla fine degli anni Settanta. È questo il motivo per cui su di lui, nonostante le morti disseminate lungo la seconda ora del film, regista e sceneggiatore (David Koepp, altro sodale) non scagliano mai un giudizio morale così incisivo e definitivo. Certo, l’ironia dissacrante del professor Malcolm (Jeff Goldblum), esperto di “farfalloneria” e di una versione semplicistica della teoria del caos, ha il compito di smorzare entusiasmo e follia del miliardario, ricordandogli continuamente che «non si può giocare a fare Dio» e che «la vita vince sempre» (la tagline); infatti, per la comicità e la lungimiranza, sarà il protagonista del primo bistrattato sequel, Il Mondo Perduto – Jurassic Park (1997), ancora una volta diretto da Spielberg.
Però il personaggio di Attenborough sarà sempre l’anziano signore canuto che ha inaugurato una carriera nel mondo dei parchi giochi agli angoli delle strade, con un modesto e artigianale circo delle pulci; inoltre, da non sottovalutare, Hammond somiglia al più classico dei Babbi Natale, seppur in veste “estiva” (l’attore inglese lo sarà davvero nel remake di Miracolo nella 34a strada di Les Mayfield, 1994).
Cosa sono Jurassic Park, il cinema di fantascienza o il Cinema in generale, se non degli sfarzosi, giganteschi e illusori circhi delle pulci? Un’idea semplice che ha radici ottocentesche, agli inizi dell’Arte cinematografica, e che viene poi ribadita dalla trionfale colonna sonora di John Williams, il cui tema principale omaggia l’incanto della Creazione e non l’orrore della Distruzione (cosa che invece fanno i violini da Oscar pensati per Schindler’s List).

Se lo Spielberg-Produttore imposta i contorni del sogno, lo Spielberg-Regista, consapevole del potere magico del Cinema, sa come rendere materiale l’immateriale, sa come trasformare quel sogno in realtà, ed ecco allora la coppia di protagonisti, il paleontologo Alan Grant (Sam Neill) e la paleobotanica Ellie Sattler (Laura Dern). La prima inquadratura a loro dedicata è il dettaglio della sabbia mentre viene spazzata via con cura da un osso di dinosauro, che si scoprirà essere un Velociraptor (uno di quelli che vedranno/vedremo vivi nel parco). Aiutati da un’equipe, i due professori stanno riesumando uno scheletro nei pressi del parco delle Badlands (Montana).
Allo stesso modo del predatore Indiana Jones (Harrison Ford), con cui Grant condivide in parte la professione e un cappello simile, la terra, che sia nella forma di sabbia o di fango, è parte integrante della loro immagine, che acquista veridicità perchè davvero inserita nel mondo rappresentato su schermo. Alan e Ellie (e prima Indiana) si “sporcano” del Lavoro e della Passione: per loro è importante fare esperienza «toccando con mano», che sia annusare un uovo di dinosauro appena schiuso, sfamare un Brachiosauro, accarezzare la pancia di una Triceratops malata e analizzarne le feci infilandoci il braccio («Questa sì che è una montagna di merda» commenta Malcolm).
Perciò, sebbene possa sfociare nel fantasy o nella fantascienza, l’avventura secondo Spielberg è ben ancorata alla Realtà, è un discorso analogico e multisensoriale composto di sudore, sangue, lacrime, saliva… (di supporto alle fantasmagorie impalpabili del digitale). In ogni inquadratura si sente il peso materico della scoperta, dello sforzo, del sacrificio e del pericolo e non conta l’età dei protagonisti, come dimostrano i nipoti di Hammond (Tim/Joseph Mazzello e Alexis/Ariana Richards) o, prima ancora, i bimbi sperduti di E.T. – L’extraterrestre (1982), Indiana Jones e il Tempio Maledetto (1984), I Goonies (di Richard Donner, 1985) o Hook – Capitano Uncino (1991).

Ovviamente il pericolo non si percepisce solo con ciò che sta all’interno dello spazio filmico, ma anche attraverso il modo in cui la macchina da presa organizza quello spazio e come si muove al suo interno. In particolare, Jurassic Park continua a fare scuola per come il Maestro costruisce la tensione, la componente thriller/horror della storia, quasi assente nella trilogia requel di Jurassic World (iniziata nel 2015 con il capitolo diretto da Colin Trevorrow). Pure in questo caso, memore della lezione classica del Re della suspance Alfred Hitchcock, Spielberg sfrutta l’illusione cinematografica per restituirci il senso del Reale e, sempre in funzione ironica, dà agli spettatori un’indicazione di metodo durante il momento più improbabile del film.
Dopo essere stato introdotto con l’iconico dettaglio dell’acqua che vibra, il Tyrannosaurus Rex sta inseguendo la jeep con sopra Malcolm (con le gambe rotte), Ellie e il cacciatore Robert Muldoon (Bob Peck). Le falcate del dinosauro sono talmente ampie che il veicolo non riesce a distanziarlo. Ad un certo punto, Spielberg inquadra uno specchietto della jeep ed è la soggettiva di Robert che sta guidando. Nel riflesso si vede il T-Rex all’inseguimento e con le fauci aperte, ma noi spettatori riusciamo a leggere la scritta posta nella parte inferiore del vetro, «objects in mirror are closer than they appear» (lett. “gli oggetti nello specchio appaiono più vicini di quello che sembrano”).

Sembra stupido ribadirlo, ma la suspance si ha proprio quando le cose appaiono più vicine di quello che sono e, di conseguenza, si fa ritardare il momento in cui accade (o non accade) quello che è stato largamente anticipato; in questo è significativa un’altra sequenza, quella in cui un montaggio alternato lega la lenta scalata del piccolo Tim sul recinto non ancora elettrificato e la veloce ri-accensione dell’elettricità del parco da parte di Ellie (con la prima comparsa dei temibili e letali Velociraptor, annunciati tempo prima). Per giunta il film non mostra mai niente più del dovuto, non c’è spazio per dettagli macabri troppo espliciti. Così, per la maggior parte della storia, l’orrore vive più nella mente dello spettatore che nello spazio dell’inquadratura, e questo basta e avanza ai fini della tensione.
È qui che si trova la maestria classica di Spielberg, nel saper giocare per tutto il film con il concetto di attesa e con le aspettative del pubblico (rispettandole e/o non rispettandole), come già aveva fatto ne Lo squalo e fa, paradossalmente, in un’opera drammatica quale Schindler’s List: la terribile sequenza della “doccia”, nel campo di concentramento di Auschwitz, è strutturata seguendo i canoni registici del thriller, con i tubi che tremano e fischiano preannunciando l’arrivo di quello che personaggi e spettatori pensano essere gas.
Ormai punto fermo della Storia del Cinema, Jurassic Park contiene tutti i dualismi tipici della poetica di Steven Spielberg e arriva in un periodo in cui il grande cineasta è estremamente consapevole dell’enorme potere che ha su Hollywood, soprattutto dopo il decennio che ha contribuito lui stesso a rendere così unico e imitato; fa sorridere pensare che nel 2018 dirigerà l’ultra-citazionista Ready Player One, come se avesse voluto riprendere il controllo dei “suoi” anni Ottanta. Non c’è quindi da stupirsi se, come già scritto, Spielberg mette in scena sé stesso nel ruolo laterale del miliardario John Hammond, denunciando – non troppo – i lati oscuri della sua ambizione e delle sue ossessioni (la dedizione al Lavoro, come aveva il padre? L’inseguimento della Passione, come suggeriva la madre?).

A parte ciò, essendo comunque il “ricco proprietario di un parco giochi a tema cinema”, il regista offre un gigantesco intrattenimento a noi spettatori che, forse per la prima volta nella sua filmografia, veniamo chiamati attivamente a partecipare alla Creazione. Quale modo migliore per inaugurare le meraviglie della nuova stagione del Cinema digitale se non interpellando il pubblico?
Con Jurassic Park si realizza la volontà di Spielberg di farci immergere nella storia a tal punto da diventarne una componente fondamentale. Infatti, se nelle avventure precedenti era palesemente lui il protagonista (Elliot di E.T. – L’extraterrestre, Peter Banning/Peter Pan di Hook – Capitano Uncino, Indiana Jones nella quadrilogia dedicata…), in Jurassic Park siamo noi i protagonisti, siamo noi Alan Grant e Ellie Sattler, e non poteva essere diversamente visto che il professore odia i bambini e i computer, tematiche su cui il Maestro ha costruito la sua lunghissima carriera.
Ancora oggi rimaniamo stupefatti dalla magia di un autore che continua a donare tutto sé stesso all’Arte cinematografica (letteralmente), proprio come i due protagonisti rimangono senza parole alla prima visione di un dinosauro vivente. Non è un caso che il regista faccia vedere prima i loro volti, mentre si tolgono gli occhiali da sole per guardare meglio, e poi il mastodontico Brontosauro che sta pascolando davanti.
Il centro e il fine ultimo del Cinema saremo sempre noi seduti nel buio della sala, ad ammirare il più grande spettacolo del mondo (di nuovo The Fabelmans insegna); «benvenuti al Jurassic Park» dice Hammond/Spielberg puntando quasi dritto in camera. Questo è il motivo principale per cui Jurassic Park e il cinema di Steven Spielberg rimarranno per sempre impressi nella mente, negli occhi e nel cuore del pubblico affezionato.

