Recensioni

Ci sono serie che sanno catturarti fin dalle prime sequenze, capaci di restituire quel senso di smarrimento, sconforto e inquietudine che il genere fantascientifico può solo amplificare in un’eco infinita nei meandri della nostra mente. Scissione, creata da Dan Erickson e sviluppata insieme al talento visionario (che è andato in costante crescita) di Ben Stiller, ha cominciato la sua corsa essenzialmente come prodotto rivolto a una nicchia esclusiva che si è subito sentita privilegiata. La storia, dalla premessa meno semplice di quello che vorrebbe sembrare (ovvero la divisione in due di una singola persona, a seconda che viva nel mondo esterno o in quello interno all’azienda dove è impiegato), ha catturato inizialmente chi in pratica masticava il genere come pane quotidiano, ma ha saputo estendersi anche al pubblico generalista, con le sue sotto trame sostanzialmente thriller e per la natura misteriosa e minacciosa dell’azienda malvagia che sovrasta i personaggi con la sua ombra (à la Evil Corp di Mr. Robot, ma con una struttura più simile alle sette che fanno ormai parte del costrutto sociale americano).
Dopo una prima stagione essenzialmente perfetta nella sua struttura a incastro, dove ogni tassello lentamente e inesorabilmente andava ad arricchire un puzzle complesso e potenzialmente enorme, era arrivato un cliffhanger finale che – per quanto sconvolgente – esponeva a un tempo la serie di Apple TV+ davanti a un limite evidente e difficilmente superabile: tutto quello che Scissione aveva da dire sul piano filosofico e concettuale era praticamente finito. Si andava, infatti, dalla critica più evidente – quanto un’ambiente lavorativo è in grado di assorbirci completamente e quanto effettivamente il lato umano conti davvero all’interno di quelle che sono multinazionali sempre più grandi, schematiche e asettiche – alle suggestioni puramente filosofico-fantascientifiche: la separazione delle coscienze in uno stesso individuo, cosa può essere definito umano e cosa invece no. Mark Scout e Mark S. sono concettualmente due persone distinte, che però all’interno della prima stagione noi consideriamo come parte di un tutt’uno che fa capo al solo personaggio esterno.
Con la sua seconda stagione, Scissione – pur con evidenti crepe a livello di scrittura riportati in corso d’opera e che ne hanno ritardato l’effettiva messa in onda (o in streaming in questo caso) – ha quindi provato a superare l’ostacolo principale che gli si dipanava di fronte come insormontabile rendendo finalmente evidente al pubblico quanto potesse allargarsi la forbice di incomprensione tra innie e outie, quindi con un finale pirotecnico (forse troppo, visto che a livello contenutistico non aggiunge nulla rispetto a quello che ogni spettatore poteva anticipare in autonomia) oltrepassare quel punto di non ritorno indispensabile a ribadire che sì, Mark Scout e Mark S. sono due identità distinte (il concetto di “persona” invece, visto che l’interno non dispone effettivamente di una vita completa e non ha controllo sul proprio fisico, che dipende sempre dalle decisioni del suo esterno, apre tutta un’altra e interessantissima discussione).

Giustamente, quindi, gli episodi di questa pur riuscita seconda stagione si soffermano in più di un’occasione sugli altri personaggi che fanno da contorno a questo interessantissimo prodotto: l’iniziale ambiguità e dunque l’effettiva duplicità di un personaggio come quello di Helly R. fanno da contraltare perfetto alla quest del protagonista; il sacrificio di Irving (un eccezionale John Turturro) e la sua progressione nel mondo “reale” è la sottotrama più umana e straziante del lotto; così come il dilemma che affligge Dylan, che nel suo piccolo (l’affaire con se stesso) rispecchia quello che lo stesso Mark Scout sta vivendo con il suo innie; impossibile, poi, non citare il personaggio di Milchick (un irresistibile Tramell Tillman), nel quale moltissimi lavoratori dipendenti si potranno ritrovare, chi più chi meno, e che restituisce al meglio quanta frustrazione ognuno di noi è in grado di sopportare pur di non ritrovarsi improvvisamente in mezzo alla strada (in questo senso, le vere società che compongono la nostra realtà sono ancora più distopiche di quanto viene rappresentato sullo schermo); infine, ci viene fornita una backstory su Harmony Cobel (Patricia Arquette come sempre sbalorditiva) e sul suo effettivo contributo all’interno delle Lumon Industries.
Ovviamente, la stagione ha mostrato il fianco ad alcune problematicità (ci sono davvero tanti, forse troppi argomenti che vengono tirati in ballo senza essere approfonditi con il giusto passo e ritmo, arrivando a un finale, come detto inutilmente pirotecnico, che rimanda tutto alla prossima puntata) anche a causa della sua struttura non lineare, anche se alcuni lati positivi sono riusciti comunque a trovare spazio, come nel bellissimo Chikhai Bardo, nel quale veniamo messi al corrente della sofferta storia d’amore tra Mark Scout e Gemma, personaggi che acquistano in questo modo una profondità ulteriore.
A questo punto, non rimane che scoprire – nella già confermata terza stagione – come Erickson e gli showrunner decideranno di proseguire la narrazione, ora che Gemma è finalmente stata liberata ma ha assistito alla scelta di Mark S., in definitiva l’unica possibile per la propria felicità e autoaffermazione: sopravvivere, anche se per poco, con quegli affetti che lo hanno aiutato a costruirsi una propria, unica, identità.
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