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Non più simboli di pace e portatori di ulivo, ma macchine da guerra e donatori di morte; le colombe su Netflix cambiano colore, e da bianco puro, innocente, si fanno nero nefasto, diabolico, mortifero.

Che qualcosa di sospettoso, o minaccioso, scorra tra le intercapedini profonde di Black Doves ce lo ricordano costantemente, come un brivido lungo la schiena, quelle inquadrature che dal basso, o dall’alto, scrutano il mondo come occhi che spiano, inseguono, nascosti dietro punti ciechi. La cinepresa si muove furtiva, discreta, ma a ogni movimento corrisponde la perdita del proprio equilibrio, con il rischio di rivelarsi, come spie invase da emozioni che le spingono a mostrarsi e quindi tradirsi.

Le spie e i sicari vivono nello spazio della solitudine. Costretti a nascondersi agli occhi della gente, vivono sulla costante dissimulazione. Si muovono silenziosi tra tanti, sorridono con molti, sopravvivono solo per loro stessi. A ogni sguardo incrociato, battuta scambiata, corrisponde un mattone da aggiungere a quelle mura isolanti che Alex Gabassi restituisce con primi piani di personaggi impossibilitati a condividere spazi, pensieri e verità, con amici, parenti, amanti.

Black Doves - Keira Knightley
Keira Knightley in una scena di Black Doves

Non volano le Colombe Nere di Keira Knigthley e Ben Whishaw, ma colpiscono con ali fatte di fucili, uccidono con lame di fendenti affilati. Il tutto mentre il crimine scorre al ritmo di brani celebri, coinvolgenti, metronomi musicali di sparatole e inseguimenti sporchi di sangue e sudore.

È una giostra lanciata a folle velocità quella di Black Doves; un luna park di morte e castigo di hitchcockiana memoria, dove nulla è lasciato al caso, ma concepito per sorprendere, coinvolgere, tenere prigionieri i propri spettatori. La complessità di passaggi intrisi di misteri, e di battute cucite con il filo dell’intrigo, sono sottolineati ed enfatizzati nella loro portata inafferrabile da un montaggio che si sente, si mostra, con scavalcamenti di campo atti a disorientare lo spettatore. Il pubblico, proprio come i personaggi sullo schermo, deve sentirsi perso, deve perdere la propria bussola interiore. Ma a forza di scuotere, frastornare e confondere, la linea narrativa rischia di cadere nel parossismo, o di perdersi in impasse narrativi apparentemente sacrificabili all’economia del discorso.

Basta però che gli attori riprendano in mano un fucile, o avvicinino un telefono all’orecchio, che il filo del discorso viene ripreso, e tutto torna al suo posto per ripartire da capo, inframmezzato da flashback improvvisi, che colpiscono, come pallottole vaganti. Perché nel mondo di Black Doves il presente è un posto caldo dove accoccolarsi, rannicchiarsi, mentre il passato è un ricordo freddo, gelido, che brucia, anestetizzando un’illusoria felicità. La linearità di racconto si frammenta, bloccandosi improvvisamente per lasciare fuoriuscire inserti di un passato che ritorna, come flash che minano l’apparente fermezza di personaggi glaciali all’esterno, ma pronti a sciogliersi in sangue di paura, all’interno.

Black Doves - Ben Whisahw
Ben Whishaw in azione in Black Doves

Keira Knightley e Ben Whishaw (Q nella saga di 007) imbastano delle performance con la forza di una naturalezza capace di rendere credibili le esistenze di personaggi compromettenti come i loro. Attraverso una sequela di gesti naturali, o di sguardi carichi di emozioni, rendono umane macchine solitamente fredde, vuote, come spie e assassini.

Ed è proprio a causa di quella umanità recuperata che Sam ed Helen rischiano di mostrarsi, sbagliare, rovinare ogni piano. Perché per chi vive con la pistola in mano, non ci deve essere spazio per l’amore. Ecco perché momenti solitamente conviviali, e di condivisione, come cene fuori, pranzi in casa, feste tra amici, incontri in ristoranti prestigiosi, o tra le mura di una chiesa, si tramutano in appuntamenti con la morte. Morte da restituire, o da cui scappare.

Black Doves è un gioco di perfetto equilibrio sostenuto da personaggi che proprio quell’equilibrio l’hanno perduto tra le strade bagnate di Londra. La tensione restituita da un montaggio a volte disteso, altre serrato, e da una carica emotiva sottolineata da primi piani e inquadrature inclinate, sono rafforzati da una portata umoristica che rende ulteriormente umano un ritratto di morte e vita, segreti e malcelate verità. La frammentazione di uomini e donne che devono emulare un qualcosa che non c’è, è, inoltre, costantemente ricordato, come una sveglia impossibile da spegnere, da superfici riflettenti rimandanti al concetto del doppio, dell’emulazione, di un’essenza esteriore che non combacia con quella interiore.

Black Doves - Helen e Sam
Black Doves – Helen e Sam

Dopotutto, quello di Black Doves è un ambiente di codici, di limiti da non superare, di identità da celare, di occhi da incrociare prima del sonno eterno. È un mondo di soli calanti, e di assassini che li trascinano come Apollo verso la notte buia. Ma quelli che i sicari sfidano non sono più e soltanto gli sguardi delle proprie vittime, ma del pubblico stesso. Con i loro sguardi in camera, i personaggi svegliano gli spettatori dal proprio sogno, trascinandoli nell’incubo; il pubblico si fa così compromesso, complice involontario in questo gioco al massacro. Un gioco che tra le mani di Gabassi si fa sublimemente attrattivo; un gioco a cui è impossibile negarsi.

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