Recensioni

Le urla si tramutano in lacrime. Quella stanza riempita di paura disperata, adesso cade nel rumoroso silenzio. Tutto si chiude là dove è iniziato, ma in maniera ribaltata. L’assenza che si fa tagliente presenza; la presenza pronta a farsi assenza: c’è una circolarità di narrazione in Adolescence che ambisce a un’evoluzione dei personaggi, a una (ri)educazione sentimentale di chi era bloccato in un circolo vizioso di insulti, bullismo, richieste inascoltate, e rabbia repressa.
Ci voleva la lama di un coltello, una caduta dei freni inibitori, e una cieca ferocia perché i genitori di Jamie ritornassero a rivestire ruoli che davano per scontato, e a ricucire legami ormai sbrindellati. Ma quel punto di svolta è macchiato di sangue, e occupato da un corpo esanime di una ragazza innocente.
Jamie ha tredici anni; è un adolescente con tanti sogni, con un talento nel disegnare, e un’accusa che gli pende addosso con la forza di un macigno: Jamie potrebbe essere, infatti, un omicida. Si sentiva brutto, Jamie. Si sentiva ignorato: a casa, a scuola, dalle ragazze. Il ragazzo si fa portavoce e massimo rappresentante di un’insofferenza sempre più dilagante, che dalle stanze costrette di un distretto di polizia, sconfina fino a muoversi tra gli spazi del nostro quotidiano. Perché come Jamie, là fuori ci sono altri adolescenti, con altri nomi, con altre età, altri background personali, tutti accomunati da parole inferte come pugnalate e da richieste ignorate che feriscono più di mille fendenti.
Un’intolleranza che il mondo dei social esacerba, con modalità e processi nuovi nella terminologia (incel), ma così dolorosamente identica nella sostanza.

Adolescence, ideato e interpretato da Stephen Graham, non intende rinchiudersi nel campo limitante della serialità televisiva, ma assurge al ruolo di scossone emotivo, terremoto socio-culturale, presa di coscienza di conseguenze dilaganti e dilanianti in personalità così ancora modellabili e influenzabili come sono gli adolescenti.
E se l’intento è quello di scuotere le menti, colpire dritto all’anima dei propri spettatori, non vi era allora mezzo filmico migliore da sfruttare se non quello del piano-sequenza. Nessun taglio di montaggio: il tempo della storia combacia con il tempo di visione. È la congiunzione perfetta della finzione con la realtà, il microuniverso televisivo che fa breccia in quello intimo dello spettatore. Nessun commento musicale a intensificare gli umori in campo; nessun flashback, o ellisse temporale, a colmare eventuali lacune, recuperare nozioni perdute, o eliminare lasciti di un’angoscia insopportabile. Tutto sa di vita, di eventi impossibilitati a reiterarsi, ma colti nel loro compiersi. La macchina da presa si fa sostituto dello sguardo indagatore del proprio pubblico, inseguendo i personaggi, superando barriere, insidiandosi nella quotidianità di una famiglia distrutta, o tra quella di agenti e psicologi alla ricerca di una spiegazione che forse nemmeno esiste. Ancorandosi a questo sguardo invisibile – ma onniveggente – lo spettatore viene investito dalla presunzione di sapere tutto, di conoscere abbastanza, ma soprattuto di assorbire e interiorizzare ogni minima sensazione, o più profondo sconvolgimento emotivo, che vive all’interno dei personaggi.
Ma se la distanza tra Adolescence e il proprio pubblico crolla inesorabile, è anche e soprattutto grazie al suo comparto attoriale. Non solo Stephen Graham, Christine Tremarco ed Erin Doherty (che con Graham aveva già collaborato in A Thousand Blows) a dominare sullo schermo è soprattutto il giovanissimo (e ai tempi della produzione, emergente) Owen Cooper, capace di restituire con ferocia naturalezza gli sbalzi di umore, la tenerezza mista alla paura provata, indotta e innescata, che vivono all’interno del suo Jamie.

Facilitato dall’uso intelligente del piano-sequenza, il processo di immedesimazione con il ragazzo, è un meccanismo attivato con estrema facilità; una condivisione totale e totalizzante che permette al pubblico di assimilare ogni paura, dolore, insicurezza del protagonista (“sono brutto? Ti piaccio come essere umano?“, chiede il tredicenne alla psicologa, domande che dilaniano l’animo e continuano a girare nella testa dello spettatore) ma allo stesso tempo lo respinge, invano, da ciò che si pone sul suo piano di visione. Pubblico e personaggi sono ormai un’essenza unica, un mostro di Frankenstein costruito con sprazzi di esistenze sullo schermo, e rimorsi, fobie, traumi aggiunti dallo stesso spettatore.
Luce naturale, assenza di raccordi di montaggi, campi lunghi che si fanno primi piani e poi riprese dinamiche che arrivano a sorvolare sulle teste dei personaggi, quasi con l’intento di entrare nella loro mente, curiosare tra i loro pensieri, captare frammenti di un passato celato: in soli quattro puntate Adolescence si fa saggio sull’umanità del XXI secolo; un tempo storico sporcato di commenti pregiudicanti intere esistenze, e giudizi messi a tacere da lame di coltelli. Con Adolescence lo schermo televisivo parla di altri schermi, quelli in cui i giovani si immergono per anestetizzare il dolore, condividere le sofferenze, fino a liberare la parte più animalesca e irrazionale dell’essere umano.
Quattro puntate, un’unica inquadratura: sono bastati pochi ingredienti al regista Philip Barantini (che Graham lo aveva già diretto in un unico piano-sequenza nel film Boiling Point) e ai suoi attori per dar vita a una delle serie più distruttive, e allo stesso tempo costruttive, degli ultimi tempi. Quattro puntate, un’unica inquadratura: tanto basta per riassumere il lato oscuro dell’adolescenza, quel periodo della vita che – come diceva John Irving – “comincia forse quando per la prima scopriamo di aver qualcosa di terribile da nascondere a quelli che ci amano”.
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