Recensioni

Nel rap italiano, da sempre, ci sono artisti e artisti. C’è chi preferisce vivacchiare e chi alza il livello. A volte per caso, facendosi trovare nel posto giusto al momento giusto. Altre volte per necessità, capendo di poter cambiare le regole del gioco.
Negli ultimi vent’anni sono stati tanti i dischi capaci di mutare il corso degli eventi: in Mi Fist dei Club Dogo c’era ad esempio tutta la violenza e il disincanto di una Milano che ancora doveva essere investita dal nuovo boom economico. Chi More’ Pe mme dei Co’Sang presentava invece un primo lavoro in napoletano di disarmante potenza, anticipando in tempi non sospetti un trend che adesso è brand. Fabri Fibra voltava le spalle all’underground in Tradimento, mentre Gué introiettava quello che sarebbe stato il suono del futuro ne Il ragazzo d’oro e Marracash portava il vero liricismo, così poetico e viscerale, in Persona.
Oggi, la musica è cambiata. Nella trap post generazione dei “bimbi” – di cui ci sono più certificazioni FIMI che momenti veramente memorabili (forse solo Album di Ghali fa eccezione) – il disco è accessorio a una voragine di singoli. Eppure capita di tanto in tanto di trovarsi al cospetto di profili potenzialmente in grado di lasciare il segno sul vecchio formato lungo, vuoi per le intricate vicende personali, vuoi per lavori di rilievo. Tra questi spicca il rapper italiano più ascoltato all’estero Baby Gang che, tuttavia, nel terzo progetto discografico, L’angelo del male, sbaglia il più classico dei goal a porta vuota.
Certo, non si può certamente dire che l’artista di Lecco si sia ritrovato nelle condizioni ideali. L’album nasce infatti da un periodo molto tortuoso nella vita di Zaccaria Mouhuib, rimpallato tra comunità, arresti domiciliari e carcere (dove è finito nuovamente lunedì 29 aprile) dopo diverse condanne, tra cui quella per aver partecipato ad una sparatoria a Milano insieme a Simba La Rue. Visti i presupposti, ci si aspettava qualcosa di più autobiografico e profondo rispetto a quanto riversato nelle sedici tracce.
Volendo fare un paragone recente, L’angelo del Male si avvicina a Le cose cambiano di Massimo Pericolo, collega dal feedback speculare che, dopo il davvero promettente Scialla Semper, si è sgonfiato sempre più, sfociando nella serialità per tik tokers e playlist. Qui il risultato è simile, in quanto quello che doveva essere un compendio del gangsta rap (chi meglio di lui, d’altronde?) contaminato nei linguaggi, nelle tecniche e negli stili (marchio di fabbrica del nostro) è invece un album che apre al pop con la solita vagonata di feat e tanto di latin da classifica come conferma la bachata di Madame (condivisa con il prezzemolino Sfera Ebbasta), e di elettronica filo EDM di Assistente Sociale (con il già citato Simba La Rue).
L’intento è chiarissimo: allargare lo spettro e piacere a quante più persone possibili. Così, dopo i primi due passaggi marcatamente street (l’introduttiva Guerra e Bloods & Crips) dal chiaro rimando a 50 Cent e l’esemplificativa Gangsta con Paky, ecco che arrivano le vibes da airplay di Agente (con Emis Killa e Jake La Furia) e il rollercoaster di puro compromesso, tra potenziali hit estive (Serenata Gangster con Rocco Hunt) e passaggi sterili (Non mi vedi con Fibra, Geolier, Ernia, Rkomi o Millionaire con Guè).
Non mancano i pezzi degni di nota: Miez a via (con Geolier) ha un buon flow e una linea melodica azzeccata, così come l’anthem carcerario Liberi riesce a dare quel giusto corto circuito tra contenuto di peso (di grande attualità viste le recenti notizie circa l’abuso di potere e la violenza esercitata dalle forze dell’ordine nel carcere minorile Beccaria) e inciso super catchy. La rimbalzante Huracàn rispolvera il vincente binomio Madman / Gemitaiz al servizio di uno dei pezzi più riusciti del lotto insieme ai sentori spettrali e sensuali del singolo Adrenalina (con Blanco e Marracash). D’impatto anche l’allucinata Italiano (con Niko Pandetta), dove sembra di sentire le scorie gypsy di Rosa Chemical.
In sostanza, le barre di Baby Gang sputate in In Italia 2024, versione aggiornata del cult Fabri Fibra, risultano più incisive ed incendiarie di tutte quelle che ascoltiamo qui. Ed è tutto dire. Il sistema lo premierà, ma l’occasione è decisamente mancata.
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