Recensioni

Non è necessario essere accaniti fan della prima ora o profondi conoscitori del suo infinito repertorio – più di trecento le canzoni da lui firmate, stando ad una approssimativa stima – per sapere che Bruce Springsteen non è un turista della soul music. La sua scrittura è sempre stata profondamente ispirata dalla musica afroamericana in generale – il lamento del blues nella strofa, la consolazione del gospel nel salvifico ritornello, come il rocker ha cercato di descrivere il proprio processo compositivo tipico. Gli esempi lampanti, più o meno famosi, si sprecano. Dallo swingante R&B di Spirit in the Night dell’esordio Greetings From Asbury Park, N.J. all’attacco in stile Stax, con tanto di riff alla Memphis Horns, dell’incendiaria Tenth Avenue Freeze Out, seconda traccia del leggendario Born To Run, arrivando all’hip hop sui generis di Rocky Ground (realizzato con le migliori intenzioni non ne dubitiamo, ma bisogna ammetterlo, non esattamente una delle sue cose più riuscite) contenuta nel relativamente recente Wrecking Ball, passando per la sua grande hit Hungry Heart o per deep tracks meno conosciute – ma non per questo meno amate – come l’appassionata e tristissima Hearts of Stone, “regalata” generosamente all’amico e connazionale Southside Johnny e che se, immaginiamo solo ipoteticamente, fosse stata interpretata nella metà degli anni ’60 da giganti del calibro di Otis Redding o Wilson Pickett sarebbe stata innalzata al rango di classico assoluto.
Ma prima che si arrivi ad avanzare l’accusa di appropriazione o furto culturale sgombriamo il campo da ogni dubbio. Quello che è in atto dai suoi inizi ad oggi è una sorta di conversazione alla pari tra il musicista ed i colleghi di colore, un dare ed un avere che ha dato frutti quali la collaborazione con Gary U.S. Bonds, reinterpretazioni di canzoni da lui composte da parte di ugole d’oro quali quelle delle Pointer Sisters e Natalie Cole, per non parlare del rapporto simbiotico che lo ha legato per buona parte della propria carriera al sassofonista Clarence Clemons, scomparso nel 2011.
Ma sono proprio le cover version, che nel corso dei decenni hanno impreziosito e galvanizzato le sue esibizioni live, che hanno sottolineato – e rinnovato – di volta in volta l’amore profondo nutrito dal Boss nei confronti del soul e dell’R&B, generi con i quali si era fatto le ossa, esordiente, nei locali del New Jersey in veste di chitarrista della sua prima band ufficiale, The Castiles. Classici come Take Me To The River di Al Green; Quarter To Three del già citato Gary U.S. Bonds; Twist and Shout portata al successo dagli Isley Brothers; War, scritta da Norman Whitfield e resa immortale nell’interpretazione infuocata di Edwin Starr e ancora Boom Boom di John Lee Hooker e Sweet Soul Music – un scelta questa che, già dal titolo, si spiega da sé – per arrivare perfino a Purple Rain di Prince. Tutte canzoni appartenenti per origine al patrimonio musicale della black music e che il rocker ha saputo reinterpretare con il dovuto rispetto. Ed è cosi che l’annuncio dell’uscita di questo Only the Strong Survive non avrebbe dovuto sorprendere più di tanto, ma anzi, ha portato forse a chiedersi: “Ma perché non ci ha pensato prima?”.
Per spiegare le motivazioni che stanno dietro alla realizzazione di questo suo ventunesimo album in studio, in alcune recenti dichiarazioni Bruce ha spiegato di aver sentito la necessità di confrontarsi in veste di vocalist con alcuni dei suoi eroi musicali, concentrandosi in particolare sulle proprie doti interpretative. Questo in un momento della carriera in cui la vena compositiva, dopo la realizzazione relativamente ravvicinata di Western Stars e Letter To You, per sua stessa ammissione si è temporaneamente esaurita. La complicità di un produttore tutto-fare come Ron Aniello, che in questo caso è principale musicista assieme allo stesso Springsteen – affiancati solo da coriste, sezioni fiati ed archi – può avere solo agevolato il tutto. In questo senso, a poco serve paragonare questo album alla ventina che lo hanno preceduto, è chiaro che i presupposti sono completamente diversi. Semmai, per intenti e similitudini, un parallelo lo si può provare a fare con le Seeger Sessions di We Shall Overcome, per poi fermarsi li. Tra l’altro, se Western Stars vedeva Springsteen rifarsi ad alcuni classici del cosiddetto Great American Songbook e cercare di ricrearne le atmosfere scrivendo in quella vena compositiva nel tentativo di catturarne la profondità e la magia, questa nuova raccolta di quindici canzoni va a sfogliare le pagine di un canzoniere altrettanto prestigioso ma forse un po’ più dimenticato e nascosto, animato in parte dalla nostalgia ma anche motivato dal desiderio di riprodurlo nella maniera più fedele possibile, per farlo conoscere e rivelarne la bellezza ad un pubblico più vasto possibile. Ed è questo tipo di valenza lo rende diverso, e superiore, rispetto alle raccolte di cover che il periodo prenatalizio ci propina quasi obbligatoriamente.
Scampato il rischio di fare di questa operazione una fiera delle ovvietà in salsa soul, la fattura pregiata di cui è fatto questo album la si nota subito scorrendo la lunga tracklist, che presenta classici ben conosciuti del genere, come l’iniziale, significativa title-track – una delle canzoni più popolari del cosiddetto Philadelphia Sound, scritta ed interpretata nella versione originale da Jerry Butler, che ricompare qui anche con Hey, Western Union Man, anche in questo caso composta assieme al duo Gamble & Huff – o ancora la hit dei Commodores di metà 80s (senza Lionel Richie), ovvero l’elegiaca Nightshift, che Springsteen reinterpreta con grande gusto e sentimento, rendendola se possibile superiore all’originale, che appesantita da sonorità tipicamente d’epoca non ha purtroppo superato al meglio la prova del tempo.
Ma sono le canzoni meno note al grande pubblico che rendono l’album particolarmente valido, a partire da Do I Love You (Indeed I Do), irresistibile e ballabilissimo “stomper” uscito nella metà dei 60s dalla fucina di successi della Motown in versione demo ma mai pubblicato ufficialmente fino alla fine degli anni ’70, diventando da lì in poi popolarissimo tra gli appassionati della scena Northern Soul britannica e, nelle rarissime versioni a 45″ originali dell’epoca, ricercatissimo “sacro Graal” discografico per collezionisti particolarmente abbienti. E non si tratta dell’unica perla del lotto targata Motown: a questa infatti si aggiungono anche I Wish It Would Rain, 7 Rooms of Gloom, What Becomes of the Brokenhearted, Someday We’ll Be Together e When She Was My Girl oltre alla già citata Nightshift.
Per rappresentare l’altro fondamentale polo della soul music, ovvero quello costituito dal sound di Memphis e dalla label Stax, Springsteen ha scelto di reinterpretare Any Other Way e To Be a Lover, facendosi aiutare in questo caso dall’ultimo esponente di quella stirpe di cantanti a cui si è ispirato, ovvero l’ultraottantenne Sam Moore – l’originale “Soul Man”, assieme al Dave Prater interprete anche della immortale Hold On, I’m Coming – che compare qui anche nella nostalgica Soul Days, nell’originale cantata da Dobie Gray. E scavando ancora più in profondità salta fuori anche una hit minore come Turn Back the Hands of Time, interpretata dal semi-dimenticato Tyrone Davis.
Non tutte le proverbiali ciambelle riescono comunque con il buco. Un paio di passi falsi all’interno di una raccolta praticamente impeccabile ci sono: l’arcinota The Sun Ain’t Gonna Shine (Anymore), successo di Frankie Valli prima e dei Walker Brothers, apparterrebbe di diritto (magari come bonus track) alla tracklist del già citato Western Stars, essendo proprio quello il tipo di repertorio pop di qualità superiore al quale in quel disco Bruce faceva cosi fedelmente riferimento e risulta incongruente e deleteria per il flusso di questa tracklist. Al posto della concitata, e francamente brutta, 7 Rooms of Gloom, brano minore dei Four Tops, si sarebbero viste molto meglio alcune delle loro canzoni più famose e riuscite. E la banalotta Don’t Play That Song (You Lied) – che noi italiani, volenti o nolenti, conosciamo per la versione del nostro Adriano Celentano più che per l’originale di Ben E. King – anche in questo caso non viene redenta da un arrangiamento da karaoke, o peggio, da festa di matrimonio caciarona.
Presentato come primo volume di una non ben precisata serie e prodotto con cura, rispettando le caratteristiche del sound dei brani originali ma senza perdersi in fastidiose derive vintage, questo album offre uno scorcio nelle radici musicali più profonde del rocker che, per l’occasione, accompagna l’ascoltatore in una passeggiata lungo il viale dei suoi ricordi. Trattandosi di Springsteen è anche facile intravvedere un secondo fine. Non è forse causale che proprio un disco come questo, nostalgico ma anche leggero e positivo, arrivi in un momento storico complicato, politicamente turbolento, pieno di ostacoli e sfide su vari livelli.
La forza guaritrice della musica può servire a trovare la forza per andare avanti, per trovare ragioni in cui credere, aspettando che ritorni il sole. E Bruce questo, lo sa bene, perché è a proposito di questo che ha scritto più di una canzone. Come sa bene quanto proprio il soul abbia sempre avuto il grande merito – o la vera e propria prerogativa – di rendere il dolore dell’anima e la fatica di vivere un po’ più sopportabili. Ed è per questo che, anche solo a volerlo vedere come una piacevole divagazione o deviazione di marcia, Only the Strong Survive brilla di generosa, calda e benigna luce propria.
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