Recensioni

Non è certo per mera convenienza che il Boss si sta prestando ad uscite tanto… sconvenienti. Perché – lo dico subito – Working on a Dream è un brutto disco. Spompa e confusa l’ispirazione, affogata tra arrangiamenti che tendono inevitabilmente a “stroppiare”, pensando bene di sconcertarti fin dall’iniziale Outlaw Pete coi suoi scivoloni morriconiani. No, l’onestà dell’uomo e dell’artista non la metterei in discussione neanche sotto tortura. Se Bruce inciampa in questo presenzialismo frettoloso credo sia per generosità, un volerci essere ad ogni costo in un momento tanto critico ma anche esaltante per il Paese che da sempre è sfondo, premessa e struttura della sua poetica.
Accadde già con quel The Rising (2002) che spezzò l’astinenza discografica in vigore dall’ottimo The Ghost Of Tom Joad (1995), affogando nello tsunami retorico post-undicisettembre malgrado una scrittura tutto sommato energica, intensa, vibrante. Oggi, nel ventre cetaceo della depressione, Springsteen chiama a sé i ragazzi della E Street Band per soffiare tutti assieme sul fuoco della speranza Obama. Anzi, più che una speranza un sogno, scenografia e orizzonte che ahinoi non possiede bordi abbastanza robusti per contenere l’esondazione appiccicaticcia del sentimentalismo canzonettaro buonista e proattivo (Kingdom Of Days, la title track, Surprise Surprise, Queen Of The Supermarket…).
Quando ti va bene ti becchi una My Lucky Day che potrebbe essere la sorellina di My Love Will Not Let You Down, una Tomorrow Never Knows rannicchiata tra placidi vapori mariachi e quella The Wrestler (bonus track che avrete già sentito nei titoli di coda dell’omonimo film) che sgrana una dignitosa ballad a fari bassi e cuore pieno delle sue, mentre Good Eye è degna di nota giusto perché anomala con la sua robotica frenesia country-blues.
Insomma, sembra la soundtrack di una terapia di recupero collettiva. Mi fa venire il disagio, voglia di alzarmi e salutare. Speriamo almeno che serva a qualcosa.
Amazon
