Recensioni

Bruce Springsteen richiama con sé la formazione con cui aveva inciso nel 1997 la cover di We Shall Overcome (apparsa nella compilation Where Have All The Flowers Gone), per un intero disco-tributo a uno dei padri del folk, Pete Seeger, icona del versante più intransigente della sinistra americana ed erede di Woody Guthrie.
In We Shall Overcome: The Seeger Sessions il musicista rilegge canzoni legate a Seeger, tradizional scoperti, riproposti e messi in repertorio dal folksinger: tredici brani (più due bonus tracks nella versione con DVD e in quella in Dual Disc) registrati con una band allargata in tre giorni di session. Emergono l’energia, la spontaneità e il ritrovarsi quasi “da vecchi amici” a suonare canzoni senza tempo, né sovrastrutture di sorta. “Molto di quello che scrivo, soprattutto quando compongo in modo acustico, attinge direttamente alla tradizione folk, tutte le diverse sonorità delle origini mi appassionano, hanno il dono di riuscire a rievocare un intero universo con semplici note e poche parole”; sono commenti di Springsteen per questo disco, che rivelano il filo che lo lega, attraverso Dylan e Guthrie, al prezioso patrimonio della musica tradizionale americana.
In queste session ritroviamo il gospel, il soul e i fiati dei primi due dischi springsteeniani, e l’uso di strumenti tradizionali quali il violino, la tuba, il contrabbasso, il banjo, la fisarmonica; il disco si muove tra spiritual (Mary Don’t You Weep, Jacob’s Ladder), cajun e blues (Pay My Money Down), traditional (Shenandoha, canzone irlandese già ampiamente coverizzata, da Van Morrison tra gli altri, la swingante Old Dan Tucker, Jesse James, con incipit dylaniano e le tante storie di fuorilegge di cashiana memoria, il country rock di John Henry). E ancora la struggente Mrs. McGrath e il canto di dolore di una madre irlandese (ma la canzone risale alle guerre napoleoniche), e la classica song di protesta, We Shall Overcome, qui in una versione in punta di piedi, soffusa e malinconica.
Sorprende questa uscita, a pochissima distanza dal precedente Devils & Dust, per la spontaneità dell’approccio, una lunga jam session senza apparente premeditazione, in cui il versante narrativo e lirico, patrimonio del musicista, viene messo da parte in favore di una immediatezza da troppo tempo assente. Bentornato.
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