Recensioni

A riascoltarlo, il precedente Anime storte era più vivace e al limite incline a ironia e scherzo (ma, come avevamo scritto, anche all’enfasi) di quanto ci fosse sembrato; per lo meno se lo paragoniamo a questa nuova opera, che riprende e accentua la dimensione acustica che, esplorata occasionalmente nella prima parte della sua carriera (quella divisa tra Ottavo Padiglione e dischi suoi), aveva poi trovato formulazione completa in Per amor del cielo (2009, inizio della sua seconda fase) e che nei successivi si alternava ad altri registri.
Anche qui, come nell’album del 2009, il tono è quasi cameristico, centrato su dialoghi di chitarra e piano e poco altro (un po’ di archi, il violino di Steve Lunardi, basso e percussioni quasi nascosti, qualche coro di Jole Canelli), messo insieme stavolta a Claudio Laucci (tastiere e coautore delle musiche) invece della consueta presenza di Fabio Marchiori. È un disco di delicatezze acustiche e fingerstyle che reggono canzoni volte spesso al ricordo, dove l’intimismo malinconico o trasognato (la lieve apertura di Il punto immenso, con una melodia che, come altre, riprende un certo gusto anni ’60) prevale sull’amarezza – che pure c’è, in canzoni come quelle dedicate a rapporti finiti (Il più bel teatro e la conclusiva Se vuoi andare).
Tra una rievocazione quasi mitica di figure maschili antiche (Babbo Apache, con un accompagnamento percussivo che suggerisce davvero un tam tam), il rimpianto per la fine di un’altra storia (L’angelo e il lupo, le cui articolazioni armoniche hanno un sapore bianconiano), la leggerezza animata da sentimenti contrastanti con cui si saluta ancora un altro rapporto finito ne La bidonata (che potrebbe, per la melodia e per la spruzzata latina, essere cantata benissimo, visto che se ne parla, da Orietta Berti); tra la metafora efficace che coglie l’istantanea di un amore vissuto nell’ombra (Falso Chagall) e il gioco di parole centrato di Strada a senso inutile (il suo consueto tema dell’inadeguatezza), emergono donne come L’infermiera («…era la sua vocazione […] il paziente era la mia», ma niente riferimenti a fantasie da film scollacciato: si parla di un amore ostacolato dal carattere della donna descritta) e soprattutto Sabrina, mirabile ritratto tracciato con grazia quasi fanciullesca di una bambina divisa tra leggiadria e carattere forte, una fatina affascinante e dispettosa un po’ Gianburrasca (cui viene paragonata nel testo), descritta con un modo di mettere similitudini e metafore accanto al nome che ricorda la beatlesiana Julia: lì era la madre, qui sembra una figlia, ma in realtà è un’amica di infanzia narrata nei dettagli nel libro autobiografico (Cos’hai da guardare, 2019) e qui disegnata liricamente con pochi efficaci tratti come una figura quasi mitologica.
Detto che il tono sommesso fa sì che la bontà delle melodie emerga piano, con gradualità, dobbiamo anche dire che, se pure fa i conti con eventi dolorosi del passato, non è un disco pessimista: se la canzone omonima, posta al centro della scaletta, parla di un “cuore libero” che si è lasciato alle spalle passioni e tormenti perché non li sente più, il saluto a un’altra storia finita di Grazie del male, vicino alla Grazie di Nada (2004), è quello di uno che i dolori, in questo caso di un amore finito, quasi li rivendica come inevitabili date le differenze che lo separano dala donna da cui è stato bistrattato: è un segno che ci dice che queste “canzoni da una stanza” (anche nel suono, in cui manca praticamente qualsiasi traccia di modernità nel timbro degli strumenti) si presentano come un raccoglimento, quasi una meditazione su di sé e sul proprio passato finalizzata ad elaborare e ripartire.
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