Recensioni

7.3

Dopo essersi divertito a rileggere cover e brani propri insieme all’ “Orchestrino” messo su in occasione del disco L’ora dell’ormai (2011) e poi portato in tour e su disco (A Famous Local Singer, 2013), Bobo torna a quel cantautorato che è ormai la sua cifra stilistica consolidata definitivamente con l’apprezzato Per amor del cielo (2009), ricorrendo come allora alla sapiente e discreta produzione di Filippo Gatti. Oltre a lui, un nucleo di base composto da collaboratori ormai rodati come Simone Padovani alla batteria, Fabio Marchiori (tastiere e altro fin dal 1999) e Steve Lunardi (al violino col Nostro fin dai tempi della primissima formazione dell’Ottavo Padiglione, primi anni ’90), i fiati di Dimitri Grechi Espinosa e altri, con l’ospite d’eccezione Francesco Bianconi.

Il cantante dei Baustelle porta in dote il suo tipico gusto per la classicità della canzone italiana (quella classicità particolarmente presente in alcuni episodi di Fantasma), più orientato al pop rispetto a quello di un Bobo con cui riesce comunque ad andare d’accordo (Cielo e terra), oltre al suo stile di scrittura. Uno stile che, nei tre brani nei quali Bianconi è presente come coautore e musicista, si fa sentire senza essere invadente, per un disco che presenta qualche novità, pur proseguendo, in termini di musica e testi, sulle strade usuali.

I temi sono quelli consueti, spesso intrecciati tra loro: l’inettitudine a vivere, il sentirsi fuori dalla normalità celebrato dalla title track, una ormai tipica ballata in fingerpicking dove i “Carnevali” non sono quelli della vicina Viareggio, ma è il poeta Emanuel Carnevali, già celebrato ripetutamente da Emidio Clementi (il romanzo L’ultimo dio e, con i Massimo Volume, ne Il primo dio) e altra figura affine di “maledetto” che si aggiunge al sempre citato conterraneo Piero Ciampi – anch’egli nominato nel brano (“Sto con Ciampi e Carnevali / ed altri poeti guaritori dell’inutile”). Oppure la marginalità ubriaca (il 2/4 circense/anni ’30 di Ugo’s dilemma, che recupera l’ironia amara di Vitelloni), i sogni di fuga magari attraverso l’amore (la ballatona a voce spiegata di La statale cosmica, che insieme al mid-tempo di Tieni il mio amore e alla bianconiana Cielo e terra avrebbe, sia pur a modo suo, qualche possibilità radiofonica). O, dell’amore, le difficoltà e le meraviglie (Tieni il mio amore, o l’altro finger-style della sospesa Qualche volta sogno).

Un posto speciale, in questo disco, l’ha il tema della famiglia, oggetto di tre canzoni specifiche: in Qualche volta sogno il confronto col padre è improntato a una raggiunta comprensione che supera i conflitti che Bobo raccontava in Un’altra vita; nella sussurrata Nara F. c’è invece un ricordo affettuoso di sua madre, anch’essa finalmente capita, e ricordata nelle preoccupazioni per lo scriteriato (almeno un tempo) figlio ma anche segretamente orgogliosa della sua attività di cantante. Ma nel rock tirato di Autorizza papà, musicalmente la più bianconiana pur non essendo una di quelle scritte con lui, Bobo passa a modo suo dalla parte del genitore (“Vediamo se per una volta / ti piace quando canta papà / che dici fa canzoni tristi / e non si sa che c’ha da di’ “), mettendo in scena un padre teppista per il quale l’autore cita come ispirazione il personaggio di Tognazzi in un celebre episodio del film I mostri, ma nel quale è evidente l’autoritratto esagerato di genitore che ad essere normale proprio non ce la fa, e che da questo punto di vista semmai ricorda più il Tognazzi di Amici miei (” Per oggi scappiamo di casa / nessuno che ci troverà / e dopo andiamo a far zingarate / per strada finché ci va”, “E se si arrabbia mamma autorizza papà”).

È una delle canzoni in cui tornano l’ironia e lo scherzo, elementi che sembravano ormai confinati al passato del musicista o alle esibizioni dal vivo: il disco invece mostra qua e là la ritrovata voglia di un sorriso sornione (anche per scrollarsi di dosso qualche occasionale scivolata nella retorica in cui era incappato L’ora…), vedi la sunnominata Ugo’s dilemma o il lounge comico di La voglia matta, ennesimo “non voglio crescere mai” raccontato stavolta attraverso il personaggio dell’uomo adulto che va con una donna più giovane (“E anche se non conto niente / se non sono il Presidente / non sono mica deficiente: / è maggiorenne”).

Il disco conferma lo stato di salute dell’autore, che pur non avendo partorito il capolavoro che mette d’accordo tutti, ha sensibilmente arricchito il repertorio. Ma conferma anche che la vera satira non è mai soltanto distruttiva, che essere contro qualcosa significa essere a favore di qualcos’altro: dopo aver ribadito per tutto l’album l’insofferenza per consuetudini false e luoghi comuni, la chiusura di Maestro Goldszmit rende omaggio al maestro ebreo che non volle abbandonare i suoi alunni e li seguì nei campi di concentramento: tributo a chi il suo ruolo sociale lo ha interpretato sul serio e fino in fondo.

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