Recensioni

Mentre nel documentario a lui dedicato dal conterraneo Virzì si celebra la sua figura esaltandone la teatralità beffarda e lo spirito caustico, nel nuovo disco troviamo invece Bobo in vesti cantautorali sommesse e malinconiche, tra certo Gaber e morbidezze stordite Nick Drake nelle quali l’ironia è limitata a pochi tratti (il punto di vista de La marmellata e dell’intenso omaggio a Livorno di Madame Sitri, e la chiusa della conclusiva Niente più di questo è l’amore) e l’ispirazione volge al lato meno teso delle muse di Tenco e dell’altro conterraneo Ciampi.
Curioso ma non più di tanto: si tratta infatti di un equivoco alimentato dal modo in cui il Nostro si presenta dal vivo e da una discografia da sempre poco rispettosa delle date di composizione delle singole canzoni, al punto di nascondere il fatto che in quelle effettivamente scritte negli scorsi 15 anni circa (a parte l’ultimo Ottavo Padiglione Ultimafollia, 2003) aveva prevalso il lato amaro e rabbioso su quello comico, tra l’altro non senza qualche eccesso di seriosità e qualche caduta di tono.
Per amor del cielo invece, presentando nove pezzi recenti senza cover, ripescaggi o altro, per una volta rappresenta lo stato dell’arte dell’autore il quale, abbandonata la rabbia e aiutato dalla produzione delicata da Filippo Gatti degli Elettrojoyce, si trova a suo agio a cantare con un’aria sospesa da domenica pomeriggio ma col sole, guardando ai ricordi o all’oggi con partecipazione ma da un passo indietro.
Nel disco convivono la vivacità degli arpeggi di chitarra e piano o del sax di Dimitri Espinosa con l’atmosfera generale quasi dimessa, in un flusso nel quale entra alla perfezione anche l’innocenza sorpresa de Il cielo è di tutti di Rodari, unico testo non originale del disco.
Non si tratta del Bobo della leggenda, perciò, ma l’asse in realtà si è spostato di poco; un autore che dopo qualche anno di silenzio discografico ritroviamo in piena salute.
Amazon
