Recensioni

6.5

I Black Keys negli ultimi tempi hanno tenuto, in America e un po’ in tutto il mondo, delle feste che chiamano “record hangs“. Pescano a sentimento vecchi 45 giri dalla loro collezione e li mettono su per far ballare la gente, che gode dell’orecchio fino dei due, Dan Auerbach e Patrick Carney, con la loro pletora di influenze che spaziano in tutto quanto l’America abbia prodotto dai ’30 ai ’70: dal Mississipi Delta blues, al soul, funky, e all’R&B. Secondo i Keys l’idea era ricreare l’atmosfera di una di quelle feste.

In effetti l’album ha l’aspetto di un dj set ben curato, in cui Dan Auerbach e Patrick Carney hanno convogliato i loro più variegati interessi. Non domina né il revivalismo blues che ha segnato gli inizi della loro ormai ventennale carriera, da The Big Come Up fino ad Attack & Release, né il nuovo corso con aperture al southern soul in stile Marvin Gaye inaugurato da Brothers. C’è un po’ di tutto.

Il paragone col dj set è ancora più sensato se pensiamo che a quelle feste la prassi è che ci siano molti ospiti. Amici, dj o musicisti, che danno il loro apporto. Anche in Ohio Players, i Black Keys, come del resto molte coppie con una solida relazione a lungo termine, si sono rivolti al di fuori del loro rapporto per una nuova scintilla. Non succedeva da Turn Blue del 2014, co-prodotto da Danger Mouse, che ha guidato i due nello spostamento dalle loro rozze radici garage-blues.

Il collaboratore chiave è Beck, che firma con i suoi credit la metà dei pezzi dell’album. L’eclettismo del disco è un riflesso della sua massiccia presenza. È Beck infatti il primo alchimista, che in Odelay ha giocato a sfondare le barriere tra un genere e l’altro e buttare in una miscela caleidoscopica alt-rock, country, folk, hip-hop, dance e chi più ne ha più ne metta, forte dei mash-up e dei sample più folli. L’effetto collage à la Odelay sembra qualcosa di intenzionalmente ricercato. Altra storia è se riesca con successo oppure non complichi cose che potrebbero essere più semplici.

I due cominciano a giocare coi generi a partire dai Sixties, forse il periodo più visitato nell’assortimento del jukebox che è Ohio Players. Al soul anni ’60 riportano le trombe, i cembali e i coretti di Beautiful People (Stay High), un pezzo cool e leggero. Ancora, l’organo e i sassofoni di You’ll Pay, strillano anni Sessanta, anche grazie alla sensibilità di Noel Gallagher, altro collaboratore chiave. Fa capolino anche in Only Love Matters e in On The Game, ma con risultati discutibili: la prima è un’incursione di quasi-pop frizzante ma facilmente dimenticabile, la seconda una ballad brit-pop divertente ma derivativa, tanto nella melodia quanto nei fraseggi harrisoniani che ci ricama Noel.

Il mash-up passa in territorio hip-hop con Candy and Her Friends e Paper Crown su cui rappano Lil Noid e Juicy J. A metà canzone, in entrambi, cambia il passo e il groove, e il pezzo rock si trasforma un po’ meccanicamente in un beat, qui boom-bap e lì vagamente G-funk, e entrano le strofe rap. Nel lontano 2009 i Black Keys si erano già avventurati nel rap-rock con il progetto collaborativo Blakroc che vedeva coinvolti mostri sacri del calibro di Mos Def, Raekwon, come l’ora affermata stella del nuovo R&B, RZA. Lì c’era un’idea complessiva trainante, qui invece suona un po’ come se in quel famoso DJ set ci fosse stato un passaggio non proprio fluido tra un disco e un’altro.

In definitiva i Black Keys si appoggiano all’infinità di trucchi del mestiere che hanno sviluppato nel corso della loro carriera, cercando le giuste combinazioni nuove degli stessi, molti suoni che risultano a chi li ascolta già ben familiari. Riff ingrossati di fuzz, ritmi funk, armonie vocali dolci, ritornelli catchy e il rock retrò che riporta all’immaginario americano di cui i due si sono nutriti fin dalle rispettive culle ad Akron, Ohio – il titolo è un omaggio alle origini, nonché all’omonima band soul. In questa operazione si sono dichiaratamente posti la stella polare della freschezza, della vivacità e del colore, ma, pare, sacrificando un po’ di profondità. Quella profondità che riemerge quando si ascolta la cover di I Forgot To Be Your Lover di William Bell e si ha l’impressione che le cose scorrerebbero più lisce prestando fede, senza pretes,  alla semplicità delle loro radici, in questo caso il classic-soul. Per tenere insieme di tutto si rischia di comprimere gli elementi in un’omogeneizzato, che peraltro non si distingue particolarmente dall’ultimo Dropout Boogie.

Certo è che Dan e Patrick suonano come se stessi, come non mai. Il sound “Black Keys” è più che istituito. Ma questo può essere anche una maledizione. I due sono stati per tanti anni la band che, quando passa un pezzo alla radio, dici “bella questa! La conosco… ma chi sono loro?”. È un attimo passare ad essere la band di cui dici “ah si, questi sono i Black Keys… vanno ancora forte” ma i pezzi, in fondo, non rimangono più a nessuno.

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