Recensioni

7.3

Realizzato come testimonianza di una spontanea jam session di dieci ore alla fine del tour intrapreso dai Black Keys per promuovere il loro nono album Let’s Rock, questo nuovo Delta Kream è un sentito omaggio agli artisti che hanno rappresentato la fonte principale di ispirazione e di conseguenza un ritorno alle loro radici piu profonde dopo aver basato il successo commerciale mondiale su una formula di blues-garage-rock operaio – privo della cerebralità e delle pose di un Jack White o della sottile vena dissacrante ed “avant” di un Jon Spencer per intenderci – ma invece fortemente contaminato dal pop. A garantire autenticità al tutto, come se ce ne fosse bisogno, il duo Dan Auerbach / Pat Carney può vantare per l’occasione l’aggiunta nella formazione di Kenny Brown e Eric Deaton, veterani della scena musicale del Mississipi e più in particolare di quella legata al cosiddetto “Hill Country Blues”, variante regionale di blues tipica della parte settentrionale di quello Stato.

A fare da ideale filo rosso all’intera session, il repertorio delle leggende locali R. L. Burnside e Junior Kimbrough, dal quale sono tratte sette delle complessive undici tracce contenute nel disco, mentre le restanti portano le firme di John Lee Hooker, Big Joe Williams, Mississippi Fred McDowell e Ranie Burnette. Ma sono Burnside e Kimbrough in particolare ad essere già stati coverizzati dai Black Keys, proprio nel loro album d’esordio The Big Come Up, oltre ad essere citati come ispirazione originaria, nei primi anni 2000, per la formazione del duo. In questo senso il disco acquista la valenza di vera e propria chiusura di un cerchio. Il valore aggiunto è l’ineccepibile qualità sonora, frutto dell’esperienza di produttore che negli anni Auerbach ha raccolto, e che lo ha imposto come uno dei più quotati e capaci in circolazione. Dr. John, Lana Del Rey, Michael Kiwanuka, Ray Lamontagne, Chrissie Hynde, CeeLo Green, Bombino e Valerie June sono solo alcuni dei clienti di primo piano che si sono avvalsi della sua collaborazione e dell’accoglienza dei suoi ormai mitici Easy Eye Sound Studios di Nashville, sorta di rifugio artistico al quale anche meno conosciuti e fortunati talenti statunitensi di area blues e country possono fare riferimento da anni.

La ruvidezza sonora del sopraccitato esordio o dell’EP Chulahoma, l’episodio della loro discografia più accostabile a questo nuovo lavoro – e rilasciato dalla label Fat Possum Records nel 2006 in un ideale gemellaggio che ha anche prodotto lavori come Thickfreakness e Rubber Factory – lascia il posto a una profondità ancestrale e un calore che accentuano il senso di ipnosi indotta dai riff circolari sui quali si sviluppano queste canzoni e che li rendono cosi familiari e confortanti nei momenti più introspettivi, o trascinanti in quelli più ritmicamente spinti.

Ci si potrà chiedere che senso abbia produrre un disco come questo nel 2021, e la risposta sta proprio nel suo essere apparentemente anacronistico, nel suo essere testimonianza di un tesoro musicale che viene passato da una generazione ad un altra e che serve a ricordarci – a noi cresciuti a suon di jazz, soul, rock, metal e quant’altro – dove tutto ha avuto inizio, e dove tutti, prima o poi, siamo chiamati a ritornare.

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