Recensioni

Che ci sia aria di restaurazione nel cosiddetto rock? Se da un lato non ci dispiace affatto rilevare un certo ritorno a distorsioni di chitarra taglienti e riff trascinanti, dall’altro ci accorgiamo nostro malgrado che a governare questo riflusso improvviso è spesso un’attitudine inaspettatamente conservativa. Lo avevamo notato in sede di recensione di Fear Of The Dawn di Jack White – uno che, esattamente come i Black Keys, arriva da quell’infornata garagista dei primi anni del 2000, con i White Stripes – sottolineando come anche lui, che in passato aveva avuto il coraggio di ibridare il suo retroterra sonico con elementi più contemporanei, avesse scelto di tornare a una fisicità quasi “classic”. E ci ritroviamo a confermare questa impressione anche dopo aver ascoltato Dropout Boogie dei Black Keys.
Se nel caso di White si parlava di hard, funk e blues, comunque rielaborati in maniera più che dignitosa e personale, qui sono gli anni Settanta del soul (ad esempio il Marvin Gaye che sembra spuntare in How Long) e del rock sudista (Allman Brothers Band in testa, ascoltatevi brani come For The Love Of Money, Baby I’m Coming Home o Burn The Damn Thing Down) a fare capolino in un disco che viene spacciato per un ritorno alle origini per la band e invece si rivela, con il passare degli ascolti, un passo un po’ incerto.
Non che in scaletta non ci siano episodi intriganti, ad esempio una Good Love col feat. di Billy Gibbons nera di blues fino al midollo (un brano che apprezzerà soprattutto chi non ha mai ascoltato la Sail Away dei Deep Purple…), una It Ain’t Over piena di groove o una Happiness in cui il cantato è un “dropout bending” fumato e da manuale; eppure l’impressione è che, tirando le somme, a Dropout Boogie manchi quel guizzo capace di rendere davvero indimenticabile un disco soltanto piacevole e figlio di un approccio alla scrittura piuttosto convenzionale. A scanso di equivoci, chi scrive apprezzò e non poco l’abolizione per decreto del less is more tipico della casa in album come Turn Blue o Let’s Rock, e se quell’approccio oggi è rappresentato da una introduttiva Wild Child che pare un mix tra la I Love Rock ’n’ Roll di Joan Jett & The Blackhearts e la Unbelieveble degli EMF, non c’è da stare tanto allegri.
Questo disco nasce paradossalmente dal Delta Kream dato alle stampe nel 2021, un album di cover country blues che pare abbia un po’ sturato la voglia di semplificazione del duo formato da Dan Auerbach e Patrick Carney, col fine di ritrovare una maggiore spontaneità in fase di scrittura assieme a collaboratori come Greg Cartwright dei Reigning Sound, l’Angelo Petraglia già al lavoro con i Kings Of Leon e il già citato Billy Gibbons degli ZZ Top. Eppure il risultato non va oltre una dignitosa sufficienza, che già al terzo ascolto rischia di capitolare in un tristemente noto “l’alunno è sveglio, ma non si applica”.
Speravamo che arrivasse qualcosina in più da due musicisti che continuiamo a stimare nonostante tutto.
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