Recensioni

Prima di fare considerazioni su stili e influenze, sulle forme prettamente musicali insomma, bisogna sottolineare come nelle canzoni di Bill Callahan si avverta sempre – e più o meno da sempre – la presenza di almeno due geografie sovrapposte, compenetrate, antagoniste: quella di un’America-mondo in cui le canzoni appunto sono immerse (in cui Bill è immerso, in cui tutti siamo immersi), e quella interiore del cantautore del Maryland, al tempo stesso spersa e ironica, imbevuta del più irreversibile disincanto eppure disposta a forme diverse e insolite di meraviglia.
È così, appunto, da sempre, ovvero da quando si aggirava con l’irrequieto moniker Smog, ma con gli anni e i dischi è diventato un attributo via via più evidente, quasi palpabile. Accade anche in questo nuovo lavoro, che ci rende spettatori di una proiezione duplice e simultanea, dove i fotogrammi si spalmano l’uno sull’altro dando vita a cortometraggi densi e al tempo stesso volatili, palpitanti pur nel loro preponderante disarmo. C’è un’inerzia batterica, una sospensione febbricitante, nella sostanza di ogni canzone di questo My Days of 58, titolo che suggerisce come la composizione dei pezzi vada collocata a cavallo tra 2024 e 2025 (a breve Callahan diventerà sessantenne).
Va detto che, quattro anni dopo l’ottimo YTI⅃AƎЯ, l’atmosfera sembra essersi fatta più leggera e frugale, a tratti quasi sbrigliata, in sella al drumming legnoso e asprigno di Jim White (il quale, lo ricordiamo per i più distratti, è un terzo dei Dirty Three), adagiata su un’altalena ora fragrante e ora stopposa di pianoforte, pedal steel, trombone, violino e sax, con l’elettricità a rimagliare discreta i bordi delle cose. L’effetto complessivo è quello di un falso movimento, di reale che vive nell’intermezzo tra percezione e riflessione, nella trama cucita dal baritono sdrucito di Bill, che al solito suona generoso nel momento stesso in cui sembra mordere il freno, trattenersi, quasi che ogni verso volesse pennellare riluttanza esistenziale, il suo essere estraneo ai codici che disciplinano lo stare nel mondo, nella realtà.
La flemma sardonica di Callahan è un impasto di molte cose sommerse che emergono con parsimonia, ma proprio per questo conferiscono forza al dettaglio: il folk con vaghe implicazioni soul e sbavature jazz di Lonely City è appunto uno srotolarsi di pensieri criptici e quadri visivi (le due geografie suddette) che si accendono con l’incresparsi ventrale della voce, coi fraseggi flessuosi e vibratili di chitarra, col miagolio trasognato dei cori, con i cartigli assorti del violino. Se è una ballata – e lo è – sembra avventurarsi tra strade svuotate, dove il procedere è solo mentale e al più onirico (ma in fondo, pensandoci bene, non è così per ogni ballata?). Il piglio è ispido come certi affreschi periferici targati Bonnie Prince Billy, ma con qualcosa del Van Morrison in volo orizzontale tra astri e astrazione.
Altrove, si avverte un approccio da maturità spigliata tipo il Lou Reed altezza Set The Twilight Reeling (Pathol O.G.), oppure l’aura da Mark Lanegan intrappolato in un incantesimo esausto Howe Gelb (West Texas), mentre l’iniziale Why Do Men Sing ha un piglio tristanzuolo e felpato da Lambchop col cuore incagliato in un diner sul bordo della notte. The Man I Supposed To Be scozza invece pensosità stropicciata e blanda irruenza meditando su quale postura assumere nei confronti di chi si ama (“I’ve been living too long in my head/Not loving you enough in our bed”), calando quindi sul piatto una strana, ilare frenesia carburata da un sax febbricitante e corposo.
C’è poi Stepping Out For Air che fa balenare miraggi Nick Drake in un crescendo liquoroso jazz-folk dove galleggiano spasmi liberatori (“I don’t care that I’m dressed like a rodeo clown/I’m stepping out for air so I don’t drown”), quella Empathy che fa i conti con la figura paterna dissanguando la calligrafia di un Fred Neil, quindi una Highway Born che gioca a far implodere i luoghi comuni del country proprio come la successiva And Dream Land spampana i confini tra folk, rock e jazz in una centrifuga di accelerate acide e stregonerie macchiniche.
Insomma, la leggerezza di cui sopra ha tutta l’aria di un inganno. Questo nuovo album di Bill Callahan è l’ennesima, pacata discesa nell’inferno orizzontale della normalità, prede del tempo che corrode la camera stagna in cui ci rintaniamo per rifugiarci dal rombo caotico del reale desertificato. Un’ostilità implicita che si rivela con forza se illuminata da uno sguardo diversamente maturo, affinato dall’attrito tra anima e mondo (le due geografie suddette).
Eppure, in queste canzoni c’è anche una tensione positiva, una vocazione di saldezza. La consapevolezza di come, gettati nel mondo, ci si deve fare carico almeno di una responsabilità: sentirsi vivi. Ed è quello stesso sguardo rivelatore a tracciare il solco da seguire per oltrepassare l’inospitalità del reale, per reinventare il senso sgretolato, per consegnare sé stessi a una frequenza diversa. Su cui sintonizzare, ebbene sì, il cuore.
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