Recensioni

Il pappagallo che si specchia in acque misteriose nella copertina dell’album precedente diventa qui un teschio ipercromatico e beffardo, il sorriso spietato della post-vita che risorge come testimonianza, destinata comunque a diventare carburante per un nuovo divenire, vale a dire a mutare e ancora a mutare. Pochi mesi dopo la loro pubblicazione, le canzoni di YTI⅃AƎЯ – appunto – non stavano ferme: portate sul palco, si scioglievano, si espandevano, s’incendiavano. Lo stesso accadeva a pezzi più datati, come Keep Some Steady Friends Around (da Rain On Lens, album uscito a nome Smog nel 2001), Drover (da Apocalypse del 2011) o Pigeons (da Gold Record del 2020).
Quindi, nel marzo del 2023, Bill Callahan tiene uno show a Chicago (per l’artista vero e proprio epicentro d’america), su un palco dove ai consueti compagni di viaggio (Jim White e Matt Kinsey) si aggiungono il sassofonista Nick Mazzarella, il tastierista Nathaniel Ballinger, il performer Pascal Kerong’A più due esponenti apicali dell’ensemble Natural Information Society come Joshua Abrams (polistrumentista) e Lisa Alvarado (harmonium). Nomi del genere costituiscono le premesse perfette per destabilizzare in chiave avanguardista e diversamente psichedelica il consolidato: difatti è quello che avviene. Ma senza perdere la presa sul consumarsi naturale dell’estro, sul procedere per inerzia ma – come dire – attivamente, un’inerzia piena di strane volontà, impollinata dall’intenzione di assecondare la tendenza delle trame allo sdrucirsi, al dilatarsi, allo stropicciarsi e al ripiegarsi.
La serata viene incisa su nastro e quindi abbiamo la possibilità di sentire oggi cosa accadde allora: ad esempio, che una Coyotes abbia finito per espandersi fino a raddoppiare di durata in un fervore selvatico e al tempo stesso etereo, mentre Naked Souls e Planets si limitano (si fa per dire) a sfiorare i dieci minuti. Episodi che forzano il concetto stesso di forma canzone, lo spingono a farsi un giro fuori dagli steccati e a costituire così una specie di canovaccio, una “traccia” nel senso più generico (ma anche proprio) del termine, a metà tra testimonianza e schema, impronta di un passaggio e sentiero da seguire (o da tradire). Il tutto immerso in un clima umorale per non dire umoristico, dove il baritono sornione e sottilmente lirico di Bill spande pennellate melodiche perlopiù ventrali, spesso sul filo di un talking cavernoso (First Bird, Everyway), capace comunque di slanci sbrigliati (come nella west coast granulosa e serializzata di Natural Information) e di allestire languidi teatrini contro-confidenziali (come nella impagabile Pigeons).
Coi suoi quasi 90 minuti di durata, Resuscitate! è un live album stratificato, sfaccettato, imprevedibile. In una parola: avventuroso. In grado tra le altre cose di mettere in crisi il concetto di live come evento da vivere nel qui e ora, il cui valore sta nella non riproducibilità dell’esperienza – nell’esserci – più che nella sostanza musicale, e la cui natura tende (perciò) a essere perlopiù celebrativa. Callahan con la sua combriccola ha immortalato invece una serie di fotogrammi mossi e inafferrabili, sequenze che testimoniano quanto l’interpretazione possa costituirsi come esplorazione: in questo senso si tratta perciò di un’esperienza riproducibile proprio perché immagine di uno slittare continuo nel non ancora noto, di un rimettersi costantemente a punto e in discussione, come una mappa con una profondità di dettagli tale da coincidere col territorio. Lascia incantati e sgomenti, con la sensazione di non avere ascoltato quello che ci si aspettava ma una sua versione trasfigurata, sbeffeggiata, oltrepassata.
Amazon
