Recensioni

6.3

Lungi dal voler negare all’artista il sacrosanto diritto a rinnovarsi, bruciare il suo stesso passato, ridimensionarlo. Tuttavia la seconda prova del Callahan ex-Smog, oltre a scordare nell’armadio la magia dei tempi andati, non aggiunge nulla di sostanziale oltre ai titoli di 9 canzoni nuove, che poi tanto ‘nuove’, a ben guardare, non sono. 

Mica infastidisce l’operazione di pulizia, la quale alle imprecisioni esecutive del periodo lo-fi qui preferisce un rigore ben arrangiato, evidente nella notturna The Wind And The Dove. Il fatto è che la voce del nostro, ingabbiata all’interno di ritmini metronomici e orchestrazioni leccate, subito dopo il primo ascolto, si aggiudica per un secondo tentativo come mero sottofondo. E allora ai voglia a giocare agli autocitazionismi (i 2 secondi della chitarra sgangherata in Rococo Zephyr, l’iconografia degli animali, il timbro inconfondibile del cantato/ recitato), giusto per tenersi stretta la frangia nostalgica del proprio pubblico.

Fa rabbia e ci si chiede il perchè dello sfacciato riciclaggio della struttura (già debitrice a Satellite Of Love di Reed) di Sycamore, che puoi riascoltare in Too Many Birds ben più flaccida e risaputa. Poi è logico che, sparando in aria, qualcosa la puoi anche colpire, e la conclusiva Faith/ Void, lungi dalla pretesa di divenire un classico, ti smuove dentro una fisiologica delicatezza, sussurrando sconsolata “It’s time/ to put God away”. Non stupirebbe insomma che oggi Bill centrasse la classifica, magari grazie a un bel videoclip a promozionarlo con un’acustica sdrucita e un cappellino di traverso, per aggiungere un tocco di mistero e un vezzo di vanità nei quali l’ascoltatore si possa riconoscere.

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