Recensioni

La mutazione è compiuta. Smog non ha più motivo di essere:
Bill Callahan l’ha fagocitato in nome di una pericolosa maturità.
D’altronde il nuovo millennio ci aveva già introdotti a un cambiamento se non
drastico almeno sostanziale (nell’approccio più che nei contenuti) con gli
episodi Supper e A River Ain’t Too Much To
Love. Inutile sperare in sprazzi obliqui còlti da un
passato neanche così lontano; Bill ha scelto la comodità del formato pop
intimista e, ci mancherebbe, intende percorrerla pagandone lo scotto.
Certo, non suonerà mai celebre o rassicurante alla stregua di un James Taylor
(il nostro viene pur sempre dai tempi del modus lo-fi);
ma il country-folk-pop sempre più da camera (anzi da cameretta) cantato
soavemente in From The Rivers To The Oceans o The Wheel è
intruglio ormai più indicato agli appassionati di Willie Nelson che a quelli di
certa alternatività acustica alla Barrett o alla ‘Skip’ Spence. Bella Sycamore, quasi un ‘classico’ giocato con il vocabolario universale
della natura e delle sue metafore e, al solito, ricavata da quella manciata di
accordi reediani (questa volta è toccato a Satellite Of Love) buoni per
ogni rilettura. Gli arrangiamenti di Neil Hagerty (Royal Trux) non fanno la
differenza.
Il violino di Elizabeth Warren rischia appena più di quello suonato durante
un lento qualsiasi in un qualsiasi honky tonk. Noia nei paragrafi Day, Honeymoon Child e nel singolo (brillante, ma solo nell’andamento) Diamond Dancer. Night concede scampoli del solito/ solido
romanticismo rarefatto del quale faremo bene ad accontentarci. A concludere il
sound del primo Johnny Cash in A Man Needs A Woman Or A Man To Be A
Man, pervenuto da una Nashville mezza irradiata da un indolente sole
pomeridiano.
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