Recensioni

Parte dell’entusiasmo per il nuovo documentario di Ben Feldman si è spento prima ancora che il titolo approdasse su Netflix. Quella che era nata come un’iniziativa per commemorare Hillel Slovak — co-fondatore e chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, scomparso prematuramente per overdose nell’88 — si è trasformata in una vetrina sulle origini della band. La colpa è di un titolo ambiguo e di una promozione che fa troppa leva sul nome del gruppo. È stata la stessa band a cercare di frenare gli entusiasmi: questo non doveva essere un documentario su di loro, ma su Slovak, come recita parzialmente il titolo. Come dichiarato dal gruppo su Instagram: “Un documentario sulla band deve ancora essere fatto.”

Hillel Slovak era un americano di famiglia ebraica, stabilitasi negli Stati Uniti dopo essere sfuggita all’olocausto. Il documentario dipinge l’ex membro come una sorta di solenne fratello maggiore, colui che ha raccolto Balzary (Flea) e Kiedis dalla strada per sfamarli, artisticamente e letteralmente, essendo l’unico dei tre ad avere una famiglia funzionale e con il cibo a tavola. Slovak è l’angelo custode della band che però, paradossalmente, ha perso la via. Se Kiedis riuscì a superare la sua dipendenza dall’eroina grazie anche alle pressioni e gli aiuti del gruppo, Slovak — per la sua natura più seria e silenziosa — ebbe un problema con le droghe che passò in sordina, risultando proprio per questo letale. Dopo la sua morte, Kiedis e Balzary ingaggiarono John Frusciante e Chad Smith, arrivato alla batteria al posto di un ormai traumatizzato Jack Irons. Il resto della storia è noto, ma nei Red Hot è rimasto un profondo sentimento di riconoscenza verso Slovak, culminato in questo speciale su Netflix. La vera gemma del film, d’altronde, è proprio la passione che travolge Kiedis e Balzary nel raccontare l’amico scomparso.

I ricordi di Slovak sono un trigger perfetto per approfondire la Los Angeles degli anni ’80 e l’influenza del punk, elementi che, sebbene “fuori traccia”, risultano tra i più interessanti. Ma soprattutto, attraverso gli aneddoti, si accede al lato personale di Flea e Kiedis, che sarebbe stato oro se si fosse trattato di un documentario su di loro. Il problema risiede proprio nell’immagine nitida dei sopravvissuti, ma sfocata del protagonista. Se Hillel è stato usato solo come pretesto per scoperchiare la “scatola nera” dei Peppers, è lecito chiedersi se fosse giusto inserire il suo nome nel titolo o se fosse corretto presentare il progetto alla band come un tributo a Slovak, usato solo come cavallo di troia.

Anche perché del chitarrista resta ciò che pensavano gli altri, ma la pellicola fallisce nell’inquadrarlo veramente. Gli aneddoti, come quando per chiedere la cocaina diceva “where is my tofu?” o le interviste d’archivio montate in modo epico ma povere di contenuto, sembrano tentativi inefficaci per rimanere coerenti con lo scopo iniziale del documentario. L’uso dell’intelligenza artificiale per leggere i suoi diari restituisce un’immagine poetica del personaggio ma troppo distante, nonostante avessero accesso a qualcosa di così intimo e prezioso.

Questo ed altri difetti del documentario sono frutto di un editing problematico, che scivola troppo spesso nel caricaturale, forzando picchi emotivi e ganci narrativi a tratti imbarazzanti — come quello che introduce la famiglia di Slovak, “Jews don’t jump”, o il secondo passaggio sulla ricaduta nelle dipendenze, dove Anthony apre il capitolo dicendo “I think we celebrated [the success of being sober again] by getting wasted by the way.” Anche la tesi di Slovak come “grande seminatore” artistico (citando il riff di Behind the Sun o le influenze su Frusciante), per quanto interessante, sembra usato come un espediente epico. Per un progetto che vanta un accesso così profondo a degli artisti di questa statura, non c’era bisogno di un racconto così “vignettato.”

Sotto un marketing discutibile, un montaggio eccessivo e una colonna sonora fin troppo didascalica, resta infatti una storia che riuscirebbe a brillare di luce propria anche senza la narrazione epica. Nonostante le sovrastrutture della regia di Feldman, la figura di Slovak emerge come magnetica ma altamente complessa, proprio per questo anche difficile per il documentario da sciogliere. Non sono solo i titoli promozionali o la copertina su Netflix ad alludere al documentario come se fosse riguardo i Red Hot Chili Peppers. Che lo vogliano o no, questo è un documentario sui Red Hot Chili Peppers. D’altronde l’unica cosa veramente importante da capire su Hillel Slovak, è ciò che ha lasciato negli altri due.

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