Mentre la band era tornata virale per una dichiarazione di Michael Beinhorn, produttore del terzo e quarto album, Netflix aveva annunciato The Rise of the Red Hot Chili Peppers, un documentario sui primi anni del gruppo californiano, previsto per il 20 marzo. Variety aveva riportato che il progetto sarebbe stato “autorizzato dalla band”, diretto da Ben Feldman, con il contributo di Anthony Kiedis e Flea, e volto a raccontare l’ascesa dei Chili Peppers come amici d’infanzia nella Los Angeles degli anni Ottanta. Feldman aveva ringraziato la famiglia di Hillel Slovak, il chitarrista originale morto per overdose di eroina nel 1988, definendo la storia “profondamente universale, sulle amicizie che plasmano le nostre identità e sulla forza dei legami nati nell’adolescenza”.
Una storia incentrata su Hillel Slovak
Tuttavia, i membri della band hanno subito preso le distanze dal progetto, chiarendo di non aver avuto alcun coinvolgimento creativo. Su Instagram scrivono: “Circa un anno fa ci è stato chiesto di partecipare a un documentario su Hillel Slovak. È stato un membro fondatore del gruppo, un grande chitarrista e un amico, e abbiamo accettato di prenderne parte per amore e rispetto verso di lui e la sua memoria”.
Aggiungono poi una precisazione: “Oggi questo documentario viene promosso come un documentario sulla band, cosa che non è: noi non abbiamo avuto alcun ruolo creativo. Dobbiamo ancora realizzare un vero documentario sulla nostra storia. Il soggetto centrale di questo speciale Netflix resta Hillel Slovak, e speriamo che susciti interesse per la sua figura e il suo lavoro”.
Lo scorso anno a tirare in ballo la formazione è stato anche Nick Cave, che in una delle sue lettere pubblicate su Red Hand Files ha ritrattato la sua famigerata frase: “Se sono vicino a uno stereo e mi scappa un: ‘Che diavolo è questa schifezza?’, la risposta è sempre Red Hot Chili Peppers”. Raccontando inoltre del suo rapporto con Flea.