Recensioni

Il rientro di John Frusciante era l’unico appiglio in grado di generare un minimo di interesse nei confronti di un nuovo album dei Red Hot Chili Peppers. Continuare con il buon Josh Klinghoffer non avrebbe chiaramente portato a nulla, discograficamente parlando: nonostante alcune vagamente interessanti intuizioni presenti nel precedente The Getaway (sicuramente meno irritante di I’m With You), la deriva dei losangelini verso un ruolo a dir poco marginale nella contemporaneità musicale poteva essere solo spezzata dal ritorno del chitarrista-icona che aveva (ri)abbandonato la nave dopo Stadium Arcadium.
Lo scenario però è diverso da quello – fortunatissimo – del primo comeback (Californication). In primis non siamo nel 1999 ma nel 2022, e quindi in un contesto discografico tutt’altro che favorevole; in secondo luogo i Chili Peppers non arrivano da un album del calibro di One Hot Minute (un unicum di grande fascino) con gli apici di BSSM ancora non troppo distanti nel tempo, ma da una serie di album al massimo mediocri, distribuiti con il contagocce lungo due – lunghissimi – decenni in cui è successo davvero di tutto.
Per parlare del dodicesimo album Unlimited Love partiamo dal singolo di lancio, Black Summer: il brano è dignitoso, melodico al punto giusto e contenente praticamente tutti gli elementi presenti nel versante mellow dei californiani, ma è facile reagire con un “tutto qui?”. Entrerebbe in una ipotetica top 50 dei californiani? Quasi certamente no. Stesso discorso per il singolo successivo, Poster Child, brano funky-groove gommoso che suona come una versione annacquata di Walkabout (1995), con un ritornello che vorrebbe essere catchy. Tutto qui? Davvero non si poteva fare di meglio? Il terzo estratto pre-release – la blandissima ballata Not The One – poi sembrava porre una pietra tombale sopra a qualsivoglia speranza.
E invece… Unlimited Love riserva alcune sorprese. Nulla di sconvolgente o di realmente nuovo, ma complessivamente siamo di fronte a un lavoro che copre un ventaglio stilistico decisamente eterogeneo (che propone buona parte delle soluzioni sperimentate dai californiani in quasi quaranta anni di carriera) e che riesce a fare emergere almeno una manciata di hook a presa rapida, cosa non così scontata. Stiamo parlando di These Are The Ways – scelta abbastanza ovvia come singolo – ovvero un brano energico che alterna melodia e graffiante power-pop, di Here Ever After (il ritornello, per quanto banalotto, è francamente catchy) e di The Great Apes e il suo mood che sa essere classico e senza tempo (anche la ballad Veronica punta alla medesima classicità, con discreti risultati).
Per il resto abbiamo il solito sfoggio di estro di Flea – arrivati a questo punto, tutto suona un po’ fine a se stesso e prevedibile, ma tant’è – che fa rimanere a galla brani altrimenti a dir poco trascurabili (Aquatic Mouth Dance, It’s Only Natural, Whatcu Thinkin’, One Way Traffic, in cui il solo è in pratica quello di Coffee Shop con note random in mezzo). Altrove invece neanche Flea riesce a fare i miracoli (She’s a Lover è abbastanza impresentabile, mentre Bastards of Lights e Tangelo sarebbero forse scarti anche in un disco di b-sides). Se non altro curiosa White Braids & Pillow Chair, che riesce a spezzare la noia generale del pezzo con improvvisi cambi tex-mex. E Frusciante in tutto questo? Il fulcro delle attese di questo ritorno gioca la carta dell’umiltà e dell’integrità stilistica: fa il suo, non esagera, non tenta di emergere prepotentemente (quando succede, lo fa con la voce nell’ottimo ritornello di Heavy Wing, che sembra arrivare diretto da alcuni suoi lavori da solista di inizio 00s) o di rendere Unlimited Love un lavoro Frusciante-centrico.
Rimane comunque l’amaro in bocca perché lungo le – numerose – tracce di Unlimited Love, l’impressione è spesso quella di ascoltare un compitino in cui bastava davvero poco (un guizzo fuori dagli schemi, strutture dei brani meno prevedibili, scelte sonore leggermente meno conservatrici…) per rendere il tutto più avvincente. Mestieranti che non osano (più) quando avrebbero tutte le capacità di farlo (almeno Flea, Frusciante e Smith), soprattutto ora che sulla carta non avrebbero poi più così tanto da perdere. Forse è chiedere troppo? Probabilmente sì, tanto che questa volta ci sentiamo di accontentarci di un album che (oltre ad essere probabilmente il loro migliore dai tempi di By The Way) “poteva essere molto peggio e che invece…”, perché alla fine c’è poco da prenderci in giro, quest’anno Flea e Anthony Kiedis ne fanno 60 e gli anni che separano Mother’s Milk da Stadium Arcadium sono praticamente gli stessi che separano Stadium Arcadium da Unlimited Love (questa fa male… lo sappiamo), e credere davvero che i Peppers potessero far uscire dal cilindro qualcosa che li riportasse alla loro golden-age a livello di ispirazione sarebbe stata pura illusione.
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