John Frusciante
Songs to sing when we're lonely
-
Luca Roncoroni
- 6 Maggio 2015
Una sfera nel cuore del nulla
Chitarrista estremamente versatile e dallo stile inconfondibile, John Frusciante ha raggiunto la fama mondiale con i Red Hot Chili Peppers (con cui ha sempre avuto un rapporto ambivalente e contraddittorio) sviluppando in parallelo una carriera solista che nulla ha a che spartire con il gruppo che lo ha fatto conoscere ai più, regalandogli una celebrità tanto enorme quanto indesiderata. La sua produzione in proprio è stata da sempre caratterizzata da una poliedricità e da una prolificità che arrivano a rasentare il patologico, e che sono riuscite negli anni a regalare – talvolta annacquati in un mare di dispersività – vertici di creatività assoluta. Tossico cantautorato psych, pop, prog, hard rock, folk, hip hop, psichedelia 70’s e, ultima in ordine cronologico, una sbilenca elettronica dal sapore 90s sono solo alcuni degli innumerevoli territori in cui si è spinta la sua esplorazione sonora, spinta da un estro creativo senza confini e costellata da una lunga serie di collaborazioni tra le più disparate (tra le più significative, ma ci torneremo, vale la pena citare l’amico fraterno Omar Rodriguez-Lòpez, RZA , il Wu-Tang Clan e i Black Knights, Perry Farrell e il suo progetto Satellite Party, i Banyan, i Duran Duran, Tricky, Johnny Cash, Ziggy Marley, Dave Gahan, i Mars Volta, il progetto N.A.S.A. e Venetian Snares).
Melodie chitarristiche tanto semplici quanto meravigliose, un falsetto inconfondibile che deve tutto al Sanatana di Everything’s Coming Our Way e anche, nell’ultima parte di carriera, esplorazioni elettroniche filologicamente molto corrette, manieristiche e imperscrutabili: il mondo del Frusciante solista è un dispersivo luna-park di stili, esplorazioni e divagazioni in cui è inevitabile e bellissimo perdersi.

Il successo con i RHCP
Il percorso di Frusciante inizia nel 1989 quando, appena diciannovenne, fa il suo ingresso nei Red Hot Chili Peppers (di cui era un grandissimo fan) in sostituzione del chitarrista Hillel Slovak, morto per overdose l’anno precedente. Insieme ai fondatori Anthony Kiedis e Flea, e con l’altro neo-arrivato Chad Smith alle pelli (al posto del dimissionario Jack Irons), costituirà la formazione storica del gruppo californiano, che prima di trasformarsi nella macchina macina hit degli anni ’00 rappresentò uno dei nomi (se non IL) più importante del fenomeno crossover ponendosi alla testa di una pletora di gruppi che comprendeva Incubus, Faith no More, Primus e Rage Against the Machine.
Frusciante ha in Jimi Hendrix e proprio nel compianto Slovak i suoi maestri ispiratori
Chitarrista dal talento inversamente proporzionale alla sua giovanissima età, audiofilo maniacale e ascoltatore compulsivo e preparatissimo, Frusciante ha in Jimi Hendrix e proprio nel compianto Slovak i suoi maestri ispiratori. Auto-didatta per imitazione ed emulazione (da ragazzino stava per ore a risuonare l’intero Electric Ladyland seduto nella sua cameretta), la sua tecnica non è (e non sarà mai) troppo ortodossa; sopperirà a queste lacune di formazione con un orecchio allenatissimo e un intuito melodico incredibile, elementi che uniti ad un’inventiva fuori dal comune gli consentiranno di comporre negli anni una quantità (e una qualità) di melodie esageratamente imponente. Il suo ingresso nel gruppo porta quella scintilla creativa in più che permette ai quattro di creare un album a suo modo perfetto per i tempi come Mother’s Milk, esplosivo calderone di funk bianco, scorie punk ed occasionali svisate psichedeliche che issa i Red Hot Chili Peppers tra le band più lanciate nel circuito underground alternativo americano. Lo stile di Frusciante alla chitarra è qui viscerale, brillante ed estremamente aggressivo, e la sua indole estroversa lo rende un animale da palco perfetto per le irriverenti esibizioni del quartetto californiano.
Di due anni successivo, Blood Sugar Sex Magik è l’apice assoluto di tutta la produzione peppersiana. L’album si inserisce perfettamente in un contesto di fermenti e transizioni; siamo in quell’inizio di anni ’90 che raccoglie tutta una serie di primi ed embrionali tentativi di ibridare l’hard rock bianco figlio dei ’70 con l’hip hop nero, che proprio a cavallo tra 70’s ed 80’s vedrà l’apice della propria prima fase (la cosiddetta Old School). Le danze erano state aperte nel 1986 con il seminale singolo mangia classifiche Walk This Way: gli Aerosmith e i Run DMC, che già – si pensi soprattutto proprio a Raising Hell – stavano provando ad unire HH e chitarre. La diretta figlia di questo primo tentativo è poi stata Bring the Noise, stavolta con Public Enemy e Anthrax. Seguiranno poi i Beastie Boys, i Faith no More e, appunto, i RHCP di BSSM.
Frusciante vive in uno stato di estasi creativa, sostenendo di essere ispirato dai fantasmi che occupano la costruzione e passando ogni suo momento a dipingere, suonare e scrivere tracce
Le sessioni di registrazione dell’album avvengono in una villa infestata dai fantasmi ai confini di Los Angeles abitata in precedenza anche da Houdini e sono documentate nel film Funky Monks. Frusciante vive per tutta la durata della permanenza nella casa in uno stato di estasi creativa, sostenendo di essere ispirato dai fantasmi che occupano la costruzione e passando ogni suo momento a dipingere, suonare e scrivere tracce. Assoluta protagonista del disco è proprio la chitarra di Frusciante, alleggerita rispetto a Mother’s Milk e dotata di un sapore più genuinamente funk, che con l’ispiratissimo basso di Flea e il potente drumming di Smith dà vita a pezzi con un groove irresistibile. Anthony Kiedis è ancora ben lontano dalle zuccherose modulazioni vocali che inizieranno con Californication e non saranno più abbandonante: ora spadroneggiano un rapping bianco dal flow credibilissimo e melodie non sempre intonate alla perfezione, ma mai più così indovinate. Si aggiungono anche testi (l’opener The Power of Equality su tutti) capaci anche di rendersi taglienti e politicizzati come non mai; un’altra cosa che in futuro non ricapiterà. L’album è un successo planetario e proietta i Red Hot Chili Peppers in testa alle classifiche di vendita mondiali, ma qualcosa dentro Frusciante si spezza irrimediabilmente.
John Frusciante è uscito dal gruppo: gli anni bui
Ormai devastato da una fortissima dipendenza da eroina, Frusciante non riesce a reggere il peso della fama mondiale raggiunta e le pressioni a cui è costantemente sottoposto. Nel 1992, nel bel mezzo del tour promozionale del disco, lascia il gruppo e si isola completamente dal mondo: sperperati rapidamernte in droga tutti i soldi accumulati, inizia a vagabondare tra squallide stanze di motel e fatiscenti appartamenti nella periferia di Los Angeles, portando con sé unicamente l’inseparabile chitarra, un registratore, la sua sterminata collezione di dischi e l’eroina. Fisicamente devastato e allucinato dalle continue paranoie dovute alla tossicodipendenza (condizioni documentate nel mini-doc Stuff, girato dall’amico Johnny Depp), Frusciante registra in questo periodo Niandra LaDes & Usually Just a T-Shirt, che – con tutte le particolarità del caso – può essere considerato il suo esordio solista. Tra incubi e visioni tossiche, il disco è una bipartita collezione di spettri drogati e allucinazioni senza luce che può venire vagamente accostata all’obliquo cantautorato psych di Syd Barrett: già dall’iniziale As Can Be la voce di Frusciante si presenta subito devastata dalla droga, a tessere oscure ragnatele deviate sopra arabeschi chitarristici tanto acidi quanto limpidamente geniali; Niandra LaDes è il diario di viaggio di un eroinomane in fin di vita che racconta i propri demoni, animato da una disperazione senza confini e da una creatività altrettanto illimitata: dal deviato intimismo di My Smile is a Rifle agli acidissimi deliri di Head (Beach Arab), dai tappeti sintetici sotto le esplosioni chitarristiche di Big Takeover alla marcissima e commovente ballad piano-voce di Curtains, dagli ossessivi miraggi a spirale di Running Away Into You alle meravigliose melodie intarsiate con giochi di voce a scatola di Mascara, dal radioattivo trip-blues di Skin Blues al disperato bisogno di amore urlato in Your Pussy Is Glued to a Building on Fire, passando per la schizofrenica Blood on My Neck from Success fino alla conclusiva e stupenda Ten to Butter Blood Voodoo, tutto ha il sapore del capolavoro perfetto nella sua imperfezione. La seconda parte del disco, Usually Just a T-Shirt, è una sequenza di frammenti chitarristici senza titolo, fotografie scattate nella mente distrutta di Frusciante.
Tra incubi e visioni tossiche, il disco è una bipartita collezione di spettri drogati e allucinazioni senza luce che può venire vagamente accostata all’obliquo cantautorato psych di Syd Barrett
Nel 1997 arriva Smile from the Streets You Hold, pubblicato, a detta dello stesso Frusciante, unicamente per procurarsi soldi per la droga. Album estremo e decisamente meno ispirato del precedente, è musicalmente molto oscuro e a tratti quasi inascoltabile, spesso perso in deliri che sembrano avere un senso solo nella mente allo sbando di Frusciante.
“Frusciantification”: la rinascita
Proprio nel ’97 arriva però la svolta: i Red Hot Chili Peppers, dopo l’abbandono di Frusciante, avevano pubblicato One Hot Minute con Dave Navarro (momentaneamente in pausa dai Jane’s Addiction) alla 6 corde, con cui però il rapporto non era mai davvero decollato. Disco spesso a torto sottovalutato, OHM è invece un ottimo album che risulta però indelebilmente figlio di Navarro: se singoli leggeri e orecchiabili come la funkettosa e infantile Aeroplane anticipano la sbragata pop che verrà, episodi come Warped mutuano invece tutta una serie di riferimenti più hard che arrivano non di rado a sfociare anche nel metal. In tutto questo il gruppo appare in forte crisi di identità, con l’approdo ad un improbabile immaginario dark e fetish che – se risulta perfettamente in linea col curriculum dell’ex Jane’s Addiction – mal si sposa con il percorso dei RHCP. Il culmine è il tanto vituperato – dai fan – bacio omo tra Kiedis e Navarro in coda al video di Warped. Il disco rimarrà quindi un episodio dai più trascurato se non proprio evitato dai più all’interno della discografia RHCP, oltre al fatto che Frusciante si rifiuterà in seguito categoricamente di suonarne i brani, sostenendo addirittura di non averlo mai nemmeno ascoltato.
La chitarra di Frusciante ritorna protagonista, ridotta all’essenzialità in un inedito approccio più minimal e colorata da quello squisito gusto melodico che ne diventerà il marchio di fabbrica in futuro
Verso la fine del 1997 Frusciante viene nuovamente ricoverato in una clinica per abuso di droghe, ma questa volta decide che è arrivato il momento di dire finalmente basta: i Peppers si riconciliano con John, che rientra nel gruppo: Californication arriva nel 1999 e sarà lo spartiacque nella storia del quartetto californiano: non ancora dimessi completamente gli storici panni funk, si inizia però a strizzare l’occhio verso l’arena-rock e il singolone spudoratamente da MTV. E’ un altro best-seller, e la chitarra di Frusciante ritorna protagonista, ridotta all’essenzialità in un inedito approccio più minimal e colorata da quello squisito gusto melodico che ne diventerà il marchio di fabbrica in futuro. Una manciata di singoli particolarmente indovinata (Around the World, Parallel Universe, Scar Tissue, Otherside, la titletrack, Road Trippin’) spinsero il disco – nuovamente prodotto da Rubin – in cima a tutte le classifiche e lo immersero in un bagno di riconoscimenti, in sostanza con il solo NME a non accodarsi agli entusiasmi trasversali di pubblico e critica.
Le condizioni di salute di Frusciante migliorano
Arriva nel 2001 il nuovo inizio del Frusciante solista, che per alcuni anni condurrà il proprio percorso parallelamente alla militanza nei Peppers. To Record Only Water for Ten Days è un diario color pastello di bozzetti minimal pop lo fi più aderenti alla forma canzone e impreziositi da alcuni elementi elettronici. Il disco mostra un Frusciante malinconico ma in salute, pronto a dialogare con i fantasmi del suo passato continuando a forgiare melodie indimenticabili con una patina orgogliosamente DIY. Arriva l’anno poi seguente anche From The Sounds Inside, raccolta rilasciata gratuitamente in rete e contenente b-sides del disco precedente e rimasugli del periodo buio precedente al recupero. Intanto le condizioni di salute di Frusciante migliorano, e il chitarrista può ormai dirsi ripreso; pratica innesti di pelle sulle braccia per coprire cicatrici e cancrene lasciate dall’eroina, si fa crescere barba e capelli per nasconderne i segni sul viso e implementa diverse protesi dentali; in questi anni nasce la sua passione per i Beatles e per il pop tutto, influenze che porteranno al tanto bistrattato album dei Red Hot Chili Peppers By the Way (2002): il disco può quasi considerarsi un disco solista di Frusciante, che dà libero sfogo alla sua creatività pop confezionando melodie non di rado clamorose, ma troppo spesso rovinate da una produzione piattissima e da un Anthony Kiedis nel pieno della sua deriva vocale più “zuccherosa”. L’album fa ancora una volta il boom di vendite ma rende per sempre i Red Hot Chili Peppers una creatura esclusivamente mainstream. Prosegue due anni dopo il percorso solista di John che pubblica Shadows Collide with People, sicuramente il disco più pop della sua produzione ma ben più ispirato dell’album “fratello” By the Way e pulito da quella patina commerciale grazie ad un sapore più genuinamente indie e casereccio: episodi come Carvel, Omission, Song to Sing When I’m Lonely e The Slaughter sono saggi di perfezione pop melodicamente perfetti; ad arricchire il tutto anche due perle di elettronica pura (00Ghost 27 e Failure 33 Object), primi esperimenti destinati a future esplorazioni.
I sei album in sei mesi
Il 2004 è però l’anno segnato dalla monumentale impresa dei sei album in sei mesi per la Warner. La serie è aperta da The Will to Death: l’album prosegue il discorso di Shadows Collide with People con un pop riuscitissimo, insieme balneare e crepuscolare e capace di inserire spesso nei pezzi invenzioni melodiche al solito assolutamente geniali; la titletrack, The Days Have Turned e la tristezza pianistica di The Mirror si segnalano tra gli episodi più riusciti. Automatic Writing è invece una release sotto il moniker Ataxia, sorta di supergruppo creato da Frusciante con Joe Lally (batterista dei Fugazi) e il multistrumentista Josh Klinghoffer (che in futuro lo sostituirà nei RHCP, ma questa è un’altra storia), e che sperimenta incursioni in territori a metà tra la psichedelia e il prog, con esiti validi anche se non sempre perfettamente a fuoco. Seguono Inside of Emptiness, elettrificata parentesi hard rock con Frusciante spesso alle prese anche con le parti di basso e batteria e di cui Look On costituisce l’apice assoluto, e Curtains, meraviglioso collage di fotografie di autunnale folk pop acustico con un Frusciante intimo e melodicamente ispiratissimo. A Sphere in the Heart of Silence è invece un album composto a quattro mani ancora con il sodale Klinghoffer che segna il primo ingresso di John nell’elettronica vera e propria: dagli ipnotici synth dell’inconcludente Sphereal funk sintetico di The Afterglow, dagli isterismi robotici di Walls (perla del disco) all’eterea Communique, non sempre i risultati sono perfettamente riusciti ma come al solito tra le pieghe di un pezzo generalmente anonimo Frusciante riesce spesso a inserire un’idea epifanica e riuscitissima. Ultimo capitolo di questo impressionante e condensatissimo tour de force creativo è DC EP, quattro fragili bozzetti pop che senza aggiungere troppo a quanto già detto in precedenza, risultano preziosi nella loro intima dolcezza. Sempre al 2004 risale anche l’EP The Brown Bunny Soundtrack, colonna sonora all’omonimo film scandalo di Vincent Gallo (con cui John aveva già collaborato in occasione del videoclip di Going Inside da TROWFTD).

John Frusciante è uscito dal gruppo (di nuovo)
Nel 2006 i Red Hot Chili Peppers pubblicano Stadium Arcadium. Il (doppio) disco ancora una volta sembra dare sfogo all’infinità di idee che abitano la mente di Frusciante, ma nuovamente è affossato da una produzione piatta e patinata e da troppe strizzatine d’occhio alla hit radiofonica.
Per Frusciante, che finalmente annusa l’aria stantia, sarà l’ultima apparizione con il gruppo da cui tutto è iniziato
Gli scimmiottamenti hendrixiani di Dani California e i diabetici (anche se al solito le melodie sono super) singoli per adolescenti Tell Me Baby e Snow sono le ultime cartucce di un gruppo che da qui inizia definitivamente un inesorabile declino tanto artistico quanto di pubblico da cui non si riprenderà più. Per Frusciante, che finalmente annusa l’aria stantia e decide che è arrivato il momento di fare davvero le cose a modo suo, sarà l’ultima apparizione con il gruppo da cui tutto è iniziato. Nel 2009 ufficializza la sua nuova, e questa volta definitiva (?), fuga dalle luci dello showbiz. Licenziato in precedenza (2007) il secondo – e più focalizzato – capitolo del progetto Ataxia, proprio nel 2009 arriva The Empyrean, da molti considerato uno dei capolavori del Frusciante solista: appassionato e filologicamente corretto atto di amore verso una certa psichedelia autorale tutta anni ’70, il disco si apre con la suite strumentale Before the Beginning, elegante tributo a Gilmour e ai Funkadelic di Maggot Brain,seguita dalla rafinatissima cover di Tim Buckley Song to the Siren (condotta con tale classe da riuscire a non sfigurare dinnanzi alla comunque irraggiungibile originale). Si prosegue su ottimi livelli e senza nessuna caduta di stile, tra morbide ballate (Heaven), magnifiche cavalcate prog (Unreachable, Central) ed esperimenti vocali che alternano registri insolitamente bassi (One More of Me) e orgasmici zenith dell’inconfondibile falsetto (After the Ending). La sensazione è che finalmente John abbia imparato a non perdersi nella dispersione che troppo spesso ha caratterizzato tante sue uscite; l’unica eccezione in questo senso è costituita dall’inconcludente ed estenuante finale di Dark/Light, dove tra l’altro fanno capolino – oltre all’affettuoso basso di Flea – delle inedite infiltrazioni gospel.
Al 2010 risale la pubblicazione di un EP collaborativo realizzato con Omar Rodriguez Lopez, sigillo di un’amicizia che già in precedenza aveva dato molteplici – e buoni – frutti: Frusciante ha infatti suonato la chitarra in De-Loused in the Comatorium, Frances the Mute e Amputechture dei Mars Volta. Il disco è composto da sette registrazioni di jam session notturne, di cui 0 è il caso più rappresentativo e riuscito. Dello stesso anno è anche l’esperienza Speed Dealer Moms con un omonimo EP, sorta di estemporaneo supergruppo elettronico composto da Frusciante, Aaron Funk (Venetian Snares) e Chris McDonald, per 17 minuti complessivi di breakcore divisi in 2 tracce.
Il nuovo Frusciante, tra elettronica e hip hop
Dopo due anni di silenzio nel 2012 arriva la nuova svolta, questa volta elettronica, con la pubblicazione dell’EP Letur-Lefr. John mette qui a frutto un crescente amore per tanta elettronica anni ’90 (soprattutto acid-house) e un hip hop abbastanza sperimentale (pensiamo soprattutto ai clipping), muovendosi tra istanze synthpop occasionalmente soggette ai suoi tipici stravolgimenti apparentemente no-sense (In Your Eyes, 909 Day), flirt hip hop (FM) e schizofrenie ritmiche dai lontani echi afrobeat (Glowe). È il preludio a PBX Funicular Intaglio Zone, pubblicato nello stesso anno e definito dallo stesso Frusciante come “progressive synth pop”: nove tracce assolutamente free-minded. Di queste Ratiug è la più canonicamente frusciantesca e accessibile, con una melodia clamorosa e il falsetto nel ritornello. Le ritmiche hip hop e l’inserto rappato di Kinetic 9 marcano invece gli elementi di novità, estesi ed estremizzati negli altri pezzi che spesso deflagrano in esplosioni jungle, oppure si acquietano in morbidi sussurri jazzati o guardano ad un synth pop anni ’80 come in Mistakes.
È l’inizio di una nuova esplosione creativa, alimentata dalle nuove suggestioni che Frusciante continua a trovare nel mondo della musica elettronica e nella cultura afroamericana: nel 2013 arriva l’EP Outsides, tre tracce di durata abbastanza estesa di elettronica free e slegata da qualsiasi classificazione: sono nuovamente le prove generali per un nuovo album, che arriva puntuale l’anno seguente. Enclosure gioca col glitch pop e la jungle, riportando al contempo la chitarra ad un ruolo importante (anche se difficilmente di primissimo piano). I nove pezzi in scaletta s’inseriscono nella foltissima schiera dei più classici “capolavori mancati” di un Frusciante, che ha da sempre la capacità di inserire una melodia clamorosa in un contesto mediocremente caotico o, viceversa, rovinare potenziali pezzi da novanta con soluzioni che sembrano avere un senso esclusivamente nel suo microcosmo mentale. Sempre nello stesso anno arrivano inoltre la produzione di Medieval Chamber, album del duo hip hop Black Knights (costola del Wu Tang Clan) in cui Frusciante produce i beat e presta anche il proprio caratteristico falsetto in alcune tracce, e il lancio del progetto Kimono Kult, nuovamente con l’amico Rodriguez.
Il 2015 è l’anno del definitivo approdo all’elettronica pura, strumentale e unicamente sintetica: dietro il moniker Trickfinger (inaugurato già con l’EP sperimentale Sect in Sgt nel 2012) Frusciante pubblica un omonimo album in cui si dà ad un acid house dal sapore anni ’90 muovendosi ad altezza Aphex Twin capitolo AFX. Si tratta di un’operazione fondamentalmente retromaniaca se non abbastanza feticista, ma ancora una volta John dimostra di sapersi muovere abilmente e con grande competenza anche in un territorio che per lui dovrebbe essere inedito. Così, tra gli impazziti beat sintetici rispunta non di rado qualche sparuto eco del consueto e squisito gusto melodico. Il 16 giugno 2015 viene pubblicata la seconda collaborazione di Frusciante con i Black Knights, intitolata The Almighty.

Sempre in orbita Wu-Tang Clan è anche l’EP Foreglow del 2015, la cui titletrack viene inclusa nella colonna sonora del film di RZA L’Uomo dai Pugni di Ferro. Le tracce presenti continuano sul versante della sperimentazione elettronica più sfrenata, debitrici di ascolti che vanno dagli Autechre a Squarepusher, da Venetian Snares a Luke Vibert. Nello stesso periodo, assecondando una nuova fase di bulimica iper-produzione frusciantesca, escono anche su Bandcamp i due album 4-Track Guitar Music e Renoise Tracks 2009-2011. Il primo è una raccolta di tracce Untitled chitarristiche che sarebbero potute benissimo essere contenute nel secondo emisfero del primissimo (e capolavoro assoluto) Niandra La Des & Usually Just a T-Shirt: trame sghembe e sfatte di arpeggi malati e contorti occasionalmente innervati da drum machines minimali che lo avvicinano in parte alla produzione più recente di John; le atmosfere però sono quelle di quell’ormai lontano e difficile 1994, un tuffo nel passato nostalgico e probabilmente – ce ne rendiamo conto durante l’ascolto – necessario. Il secondo è invece una sequenza di piccole schegge impazzite di elettronica iperattiva tra synth infarciti di reminescenze acid, drum machines schizofreniche e iper-cinetiche che incorporano scorie breakbeat e accelerazioni d&b, qualche richiamo 8-bit (Culminate), campionamenti vocali tra i più disparati e (occasionalmente) il solito cantato con il mitico falsetto marchio di fabbrica a fare capolino qua e là. Si tratta quasi di una raccolta di b-sides da PBX che ne riprende tanto l’eterogeneità degli stili (nel solco di quel già citato progressive synth-pop) quanto l’apparentemente confusionario affastellamento. Due anni dopo, nel 2017, esce per Acid Test anche un secondo capitolo con il suo alter-ego elettronico: Trickfinger II è una raccolta di tracce risalenti a dieci anni prima (2007), che proseguono in un cosplaying di Aphex Twin che presenta un’evidente etichetta “strictly for fans” appiccicata sopra.
Il ritorno nei RHCP
È il 2019 quando, dieci anni dopo una seconda uscita dal gruppo che sembrava definitiva, i Red Hot Chili Peppers annunciano la separazione con Josh Klinghoffer e il rientro in formazione di John Frusciante. Un evento salutato dai fan storici del gruppo californiano come una vera e propria seconda (anzi, terza) venuta del Messia. John fa in tempo ad esibirsi una volta live con i suoi vecchi compagni in occasione di una celebrazione della Tony Hawk Foundation, prima che la pandemia da COVID-19 faccia calare il sipario sul mondo dei concerti. Sembra comunque che le registrazione per un nuovo album del gruppo siano in corso. Non che il rientro in pianta stabile nella sua band di appartenenza abbia fatto mettere da parte le velleità elettroniche di Frusciante: nel 2020 arrivano infatti altre tre uscite. A nome Trickfinger escono l’EP Look Down, See Us e il terzo LP She Smiles Because She Presses the Button, quest’ultimo in particolare molto interessante: citando suoni balearici, IDM ed electro questa volta il buon John riesce a spaziare maggiormente rispetto ai precedenti episodi firmati Trickfinger, che rimanevano “solo” dei divertissement di manierismo vintage. Se là si percepiva più che altro la voglia goliardica di smanettare in analogico tanto per fare, qui si riesce a palpare una volontà di coraggio e curiosità maggiore da parte di Frusciante, che addirittura riprende esperimenti di puntinismo à la Lorenzo Senni (Rhyme Four).
La sua terza uscita del 2020 è invece Maya, disco firmato a nome di battesimo a sottolineare una sfumatura più personale e autobiografica rispetto agli altri recenti lavori. L’album è dedicato alla sua omonima (e defunta) gatta, compagna insonne di infinite notti passate insieme a smanettare sui synth. E infatti non tragga in inganno il nome in copertina, perché come suoni e fonti il disco sembra appartenere al 100% alla produzione Trickfinger. Niente comeback a chitarre e falsetto quindi, ma breakbeat, jungle, e acid-house, distese autechreiane e retaggi di autostrade kraftwerkiane (l’intro di Blind Aim), scampoli glitch (Amethblowl) e lo spiritello del solito Aphex Twin altezza Drukqs.
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