Recensioni

6.5

Eravamo rimasti alla cauta positività che Unlimited Love (probabilmente il loro lavoro migliore dai tempi di By the Way) aveva innescato. Ora rieccoli dopo pochissimo tempo con un nuovo disco, che marca quota 30 pezzi pubblicati in un anno. Il rischio Stadium Arcadium (ottime intuizioni lasciate ad annaspare in un mare di quantità) era dietro l’angolo. Non che l’abbiamo del tutto scampata, ma crediamo che sia andata molto meglio di quanto fosse lecito temere.

Return of the Dream Canteen è una cartolina dell’entusiasmo che il ritorno di Frusciante ha (ri-ri)portato nel gruppo: le canzoni di Unlimited Love erano di meno e più dritte, ma è evidente che a forza di jammare i quattro ci hanno preso nuovamente gusto. Così ecco 17 (18 con la bonus-track giapponese) pezzi che di fatto non aggiungono granché alla carriera dei Peppers, ma fotografano un gruppo che ha ancora voglia di suonare insieme e scrivere (bene, perché la stratificazione sonora del disco è apprezzabile, così come la struttura dei vari pezzi) canzoni che non puntano a molto più che divertirsi e regalarsi un altro giro di tour. Tante? Probabilmente troppe, ma va bene così.

Eddie è il singolo perfetto per presentare i RHCP di oggi: una bella melodia – molto “frusciantesca” – nel main-riff, un giro di basso stordente di Flea, il solito e solido drumming di Smith e un Kiedis che fa quel che può, mettendo comunque in mostra miglioramenti tecnici un tempo impensabili; il tutto per poi sfociare in una coda strumentale in cui i tre – vedi esibizioni live – dimostrano una volta di più di saper Suonare (maiuscola voluta). È un pezzo che porta a casa il compito alla grande, innescando un brivido nostalgico in chi è cresciuto con Blood Sugar Sex Magik ma non li ha ripudiati durante la zuccherosa svolta pop-beatlesiana post-Californication. 

In effetti questa maxi-jam bulimica funge un po’ da compendio della discografia RHCP tutta: ci sono atmosfere che fanno molto One Hot Minute (Tippa My Tongue), usati garantiti come Peace and Love consueto funk felpato a base di irresistibile groove basso-chitarra, con Frusciante a fare i suoi coretti – affondi hard rock più distorti (ma non troppo brillanti) come Reach Out (il seguito di Readymade?) e rimandi ai «funky monks» che furono. Spesso l’eco di già sentito dalla passata discografia dei quattro è fin troppo evidente – The Drummer ricorda molto Make You Feel Better – oppure altrove titoli come La La La La La La La ci spaventano (era facile aspettarsi un ritornello à la Kiedis di quelli brutti) per poi rivelarsi riusciti bozzetti a luci più soffuse. C’è pure spazio per qualche spiffero di novità, vedi le infiltrazioni blues nella ballata Carry Me Home (con tanto di assolo hendrixiano di Frusciante), accanto a brani che sembrano già classici del loro repertorio (le ottime Bella e Roulette).

Difficile parlare di capolavoro, illecito aspettarselo. Tuttavia c’è un inscalfibile senso di soddisfazione nel sentire questi quattro volponi di nuovo insieme a suonare (e basta). Consapevoli di essere oramai abbastanza irrilevanti, poco propensi nell’uscire da un seminato ormai anche fin troppo consolidato, ma nondimeno sempre bravi e qui spesso anche discretamente ispirati nel fare il loro, godendosela. Chi ha iniziato ad amare il rock (magari un preciso tipo di rock) vedendo da ragazzino video acidissimi di danze spastiche nel deserto virate b&n, o malinconici tramonti affrontati in macchina con chitarre dal manico spezzato, non può che sorridere. È un sorriso magari un poco mesto, ma ad averne.

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