Recensioni

Per “consuetudine”, nel mondo del diritto, si intende un comportamento costante tenuto da una comunità che ha la convinzione che tale comportamento sia obbligatorio o doveroso. Va da sé, verrebbe da dire parlando di musica e di cultura, che la consuetudine che intendiamo qui può rappresentare una creatura a due facce: una paurosa, che sfocia in quello che qualcuno dal Romanticismo in poi ha chiamato conformismo, e un’altra più mansueta, tranquillizzante, che si addice a una cornice festivaliera di montagna. Già perché la montagna è soprattutto fatta di consuetudini, di prassi (concetto ben diverso nel diritto, ne siamo consapevoli), di routine scandite dal ritmo inconfutabile delle giornate, della natura.

Il Be Alternative Festival, quest’anno (come negli anni passati) non vuole spezzare questo equilibrio. Tutt’altro: vuole entrare in armonia col territorio che lo ospita, che anzi diventa parte integrante dell’esperienza festivaliera. Insomma, gli avventori sanno (o scopriranno) che comprando un biglietto per la due giorni silana (nei pressi di Camigliatello, in provincia di Cosenza)  pagano sì per i live e i dj set, ma pagano anche per assistere a un rito catartico (nessuna citazione ai Marlene Kuntz è qui puramente casuale) in cui il setting e la location svolgono una componente essenziale per capire la forza della consuetudine di questo evento.

A conferma di ciò, gli organizzatori, dopo essersi imposti come una realtà imprescindibile per gli eventi in città (grazie a un festival che si dipana per tutta l’estate, alla collaborazione con il Color Fest di Lamezia Terme e al locale “invernale” – il Mood Club), sono diventati anche punto di riferimento (consuetudine?) fra le montagne della Sila. Tutti i servizi accessori (parcheggio, catering, merchandise, sponsor) sono rigorosamente a chilometro zero e i ragazzi, a conferma di una sinergia indispensabile con il territorio, si sono persino offerti di riparare il tetto della chiesetta di San Lorenzo, edificio simbolo della location dove si svolge il Be Alternative.

Ma c’è di più. Dopo un primo anno difficile (causa pioggia) ma non meno poetico con i Kings of Convenience, si è deciso di tornare a puntare (anche) su ospiti internazionali, alzando l’asticella quel tanto che basta per affermare un chiaro intento: quello di offrire live di un certo livello a un pubblico consapevole di fedelissimi e appassionati. Tanto più che certe band fanno spesso fatica a spingersi a queste latitudini, se non fosse per realtà attente come il Be Alternative. È in questo senso che si spiega, nella giornata di sabato 3 agosto, un trittico di live di tutto rispetto formato da Marlene Kuntz, Motorpsycho e Kula Shaker.

Alla band di Cuneo l’arduo compito di aprire le danze sotto il sole di montagna che picchia tanto quanto le distorsioni di Godano e soci. È la festa (mesta?) dei trent’anni di Catartica, album fondativo del rock alternativo italiano, che i Marlene propongono quasi per intero con piccole fughe nei territori de Il Vile e Ho ucciso paranoia. Da Trasudamerica a , 1° 2° 3°, da Sonica a Nuotando nell’aria, i Marlene suonano forte, con colpi abrasivi e il solito sound robusto, massiccio. Il momento da tenere nell’album dei ricordi è certamente l’esecuzione di Lieve dedicata al compianto Luca Bergia, senza il quale Catartica non sarebbe mai esistito. La cornice da sogno del festival ha fatto il resto.

© Aldo Torchia / Kula Shaker @ Be Alternative Festival

I Motorpsycho, forti di una carriera che supera ormai i 35 anni, sono a nostro avviso l’highlight del cartellone di questa edizione. È vero, si sente (non troppo) la mancanza di Tomas Järmyr, l’ottimo batterista che è stato bordo per una decina di anni, ma, con il buon Ingvald Vassbø dietro i tamburi, la band di Trondheim ha saputo incendiare anche questo palco grazie a riff potenti, psichedelia, jam rock furente, tempeste elettriche, oasi placide di songwriting melodico e approccio jazz. Il pubblico del trio, si sa, è fatto di puristi e fedelissimi, che sono abituati tanto a sentirli aprire molti concerti con la bellissima Mad Sun (da The Nerve Tattoo) quanto alla presenza di cover nel set (oggi si fanno notare Rock Bottom degli UFO e Into The Sun dei Grand Funk Railroad). Insomma, tanto rock psichedelico di matrice Seventies, ma saputo impastare perfettamente nelle jam mastodontiche che gli sono proprie.

Più tardi, al calar della sera, coi Kula Shaker in formazione originale ci spostiamo di decennio: dai Settanta del prog-rock ai Sessanta dei Beatles harrisoniani e melodie pop che nei Novanta sembravano aver spostato la Cool Britannia e il Brit Pop verso pulsazioni acide, wah-wah, organi hammond e filosofie orientali. Il nuovo Natural Magick riprende questo discorso (anche grazie al ritorno di Jay “Gandalf” Darlington) con una resa live decisamente convincente: la title-track e Idon’twannapaymytaxes – quest’ultima presentata come una “love song” – suonano fresche, ironiche e coloratissime. Ma il meglio arriva quando il quartetto di Londra propone ben 5 brani dal seminale K, con Govinda, cantata all’unisono dai quasi 2000 paganti, a rappresentare la punta di diamante della performance. Il pubblico apprezza e scarica l’energia accumulata ballando in serata sulle note della reunion del ParyZan, lo storico duo di dj formato da Fabio Nirta e Robert Eno. Nostalgia e grosse palpitazioni per chi è cresciuto nei club di Cosenza, grazie anche alle serate organizzate da questi due signori.

Il mood della seconda giornata è decisamente più disteso. Ai suoni nevrotici e alle distorsioni del sabato si sostituiscono atmosfere cinematiche e chitarre acustiche. Inizia Timber Timbre, aka Taylor Kirk che ci immerge in suggestioni degne dei film di Jim Jaramusch, fra un Nick Cave più sognante, suoni blues grezzi e paludosi che si amalgamo perfettamente allo scenario del Parco Nazionale della Sila. Anche se su una sponda musicale completamente diversa, anche il folk cantautorale di Marco Castello si adagia bene sullo scorcio del Lago Cecita. Figlio della combriccola di Erlend Øye dei Kings of Convenience, il musicista siciliano crea sul palco un clima accogliente a un’atmosfera conviviale, complice un po’ di sana cazzonaggine, ma anche un savoir fair DYI decisamente interessante. Non ci si aspetta originalità, ma quella dose di Sorrenti e Battisti che scorre leggere e prepara il terreno per gli headliner.

© Aldo Torchia / Colapesce e Dimartino @ Be Alternative Festival

“Ma di chi è questo terreno?” – dice Antonio Dimartino verso la metà del loro set da headliner. “Di Brunori” – risponde Colapesce, ammiccando al maggiore successo (?) dell’amico cantautore cosentino. L’ora e mezza del live – impreziosito dalle chitarre di Nicolò Carnesi, dagli archi di Alessandro Trabace e dal tocco del maestro Enrico Gabrielli – propone quasi per intero l’ultima fatica Lux Eterna Beach, riuscito connubio di musica d’autore e musica leggerissima. Si va dal folk-psych dell’opener La luce che sfiora di taglio la spiaggia mise tutti d’accordo alle orecchiabilissime (ma anche molto scomode ed evocative) hit come Sesso e architettura, Musica leggera e Splash. Il regalo finale è una cover di Bandiera Bianca cantata a squarciagola da tutti gli astanti a ricordarci che il pop è anche un po’ così, enigmatico e disinteressato, ma allo stesso tempo politicizzato e perfettamente bilanciato. Come il ritmo di questa due giorni, fatta di sole, aria fresca e una bellezza che ti rimane incastrata negli occhi. Come le consuetudini della vita in montagna.

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