Recensioni

Govinda Jaya Jaya
Gopala Jaya Jaya
Radha Ramana Hari
Govinda Jaya Jaya
Facciamo conto che tu sia un ragazzo del 1996. Che Wonderwall e Don’t Look Back in Anger siano ovunque, alla radio e alla tv, e che a te – anche se Definitely Maybe ti era piaciuto, e non poco – quello scimmiottamento così spudorato non andasse giù più di tanto. Anzi, ti dà fastidio. Va bene ispirarsi, rievocare, ma così è davvero troppo. Facciamo pure conto che del resto del britpop, mmm, ti arriva qualcosa – epperò è troppo brit, troppo sofisticato e autoreferenziale; arrivi ad ascoltare Pulp, Blur e Suede ma forse ti mancano ancora gli strumenti giusti per capirlo a fondo (ti manca ancora qualche Bowie o Kinks, diciamola tutta), ma la verità è che sei rimasto orfano di Seattle (quello era stato il tuo contatto immediato con la contemporaneità rock), ti servono certe chitarre, pochi fronzoli e le atmosfere giuste.
Del resto, come tutti quelli che hanno un fratello maggiore, uno zio o anche un amico un po’ più grande e scafato che sa qual è “la musica giusta da ascoltare”, hai avuto accesso ai dischi rock della vecchia guardia; Pink Floyd e Hendrix li hai nel dna – ma non ne senti echi diretti in ciò che di nuovo hai ascoltato sino allora (è musica vecchia, in fondo; perché dovresti?). Non sei necessariamente un nostalgico; soltanto, nessuno tocca quelle corde.
E poi arriva Tattva. E questi quattro tizi dal nome esoterico, il suono della Stratocaster, i riff, le parti di slide e poi il mellotron in bella vista e tutto il contorno sixties, con i richiami – quelli giusti – al 1967 e con un’esplicita dichiarazione d’amore a Harrison e il suo misticismo indiano. Così riconoscibile, eppure così diverso da tutto il resto. Come non innamorarsi, come non sentirsi finalmente a casa?
Ed è la stessa sensazione che provi oggi, riascoltando K, da ex ragazzo del 1996. Non importa se i Kula Shaker sono una band ancora in attività, e niente di quello che hanno realizzato in seguito, neppure il pur buono sequel del 1999 Peasant, Pigs And Astronauts (né i dischi successivi alla reunion del 2007) ha avuto l’impatto o il successo di quell’esordio folgorante. Non è il primo caso, dite? Ma certo: a creare next big thing e a farle cadere dal piedistallo nel giro di una primavera, gli inglesi sono maestri – Stone Roses, La’s, Elastica sono giusto i primi antecedenti che ci vengono in mente (non menzioniamo quello che è successo nei 2000s, per pudore). Ed è stato anche così per K, il debutto che, nel suo anno, ha venduto più copie nella prima settimana dall’ uscita – un record superato, in tempi più recenti, da Arctic Monkeys e Adele.
La spiegazione non può però essere solo quella di un pur fugace successo commerciale. Il merito dei Kula Shaker è stato, semmai, l’essere stati in grado di colmare un vuoto, in quel preciso momento; l’avere azzeccato le giuste coordinate spazio temporali per poi svanire come una supernova (senza champagne, grazie). Soprattutto, e ben più banalmente, l’aver saputo scrivere canzoni efficaci e averle sapute mettere insieme in una tracklist mozzafiato, come ogni album classico che si rispetti.
Merito certo del veterano di Abbey Road John Leckie alla produzione, uno che si portava in tasca il debutto degli Stone Roses, gli Xtc, Verve, Ride e, più recentemente, The Bends, ma anche della duttilità vocale e dalla riffosità hendrixiana del biondo frontman Crispian Mills, dell’hammond smaccatamente Jon Lord di Jay Darlington e delle linee di basso belle cicciute di Alonza Bevan (poi apprezzato sessionman in quota Healers di Johnny Marr).
Se l’altro singolone, Govinda, mette in musica la millenaria preghiera a Krishna citata in apertura – e già musicata, a suo tempo, dall’immancabile quiet Beatle che produsse, nel 1971, l’album dei seguaci del movimento Hare Krisna, The Radha Krsna Temple, contribuendo non poco alla diffusione in occidente del culto legato al leader spirituale A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, il resto della scaletta si muove agevole in una terra di mezzo che mette insieme residui acidi di Madchester (Hey Dude: la chiusura del cerchio tra ’60 e ’90, due decenni che si specchiano e qui coincidono) con la psichedelia dei mai troppo celebrati maestri Pretty Things (Knight On The Town, Temple Of Everlasting Light), valzer malinconici e struggenti di visioni Bowie altezza The Man Who Sold The World (Magic Theatre) e bombe blues rock con infusioni Otis Redding (303, Smart Dogs).
Tutto molto riconoscibile, insieme alle melodie immancabilmente beatley di Into The Deep e Start All Over e alla dichiarazione d’amore verso i Grateful Dead di un recentemente scomparso Jerry Garcia (il medley Grateful When You’re Dead / Jerry Was There), fino a lambire graditissimi territori psych-folk alla Traffic / Blind Faith nella conclusiva Hollow Man. E tuttavia, prodigiosamente, pur intrappolato nel mezzo di tutte queste coordinate ultra-vintage, K riesce ancora a suonare come un disco inglese di metà anni ’90 – con buona pace del noto critico americano Greg Kot del Chicago Tribune, che nella sua recensione dell’epoca definì i Kula Shaker una band con troppa poca personalità.
Al contrario, è proprio la personalità della band che è riuscita a far reggere il gioco, a non far sembrare tutto una pantomima o un omaggio spudorato da piccoli fans gallagheriani. D’altronde, forse sono in pochi quelli che oggi ricordano come anche nella fase pre-morte del britpop ci fu un tentativo di “classicizzazione” verso sonorità dichiaratamente vintage: basti pensare al bistrattato e disconosciuto Carnival Of Light dei Ride (non a caso, prodotto sempre da Leckie), o alle altrimenti fortunatissime incursioni dei Supergrass (anche lì: personalità da vendere), o viceversa a esperimenti poco riusciti come The Montrose Avenue, autori di un solo sfigatissimo album nel 1998, o ancora all’abortito secondo lp dei Menswear, Hay Tiempo. E che dire dei Reef? Nulla, se non che a differenza loro, Mills e soci si possono ancora ascoltare dopo 25 anni, e sentirsi ripiombare nel 1996.
Verrebbe allora da chiedersi: cosa sarebbero stati gli anni ’90 senza K dei Kula Shaker? Probabilmente, gli stessi che ricordiamo. Non è un disco che definisce un’era, da classifica del decennio – non è certo Nevermind, per capirci. Non è Screamadelica. Non è Stone Roses e – lo ammettiamo – non è What’s the Story Morning Glory (anche se si pone esattamente nel mezzo tra i due). Non ha alzato vertiginosamente l’asticella come Ok Computer (che era pure dietro l’angolo), o ha guardato a scenari allora futuribili come The Bends. Non è un classico tardo nineties come Urban Hymns; ha delle belle canzoni, sì, ma non ha canzoni di quella portata.
Non è niente di tutto questo. K è, semplicemente, un disco che nacque già classico, e tale morì. Un flash verso un futuro – il nostro presente – in cui la classicità ormai è digerita, assimilata, storicizzata. Ma con la differenza, non di poco conto, di mostrare un’altra via concreta alla riscoperta del classic rock, utilizzandolo come tela per assecondare la propria ispirazione. K era uno sguardo fugace a futuro non ancora giunto. Oggi, una possibilità ancora da esplorare. Un esempio da seguire, in tempi in cui si parla, troppo a sproposito, di “rinascita rock”.
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