Recensioni

Avevamo due termini di paragone per il concerto dei Bauhaus. Uno era la recente esibizione dei Sisters of Mercy, band coeva e incasellata nello stesso filone musicale (di cui avevamo parlato giusto un mese e mezzo fa): il più classico degli autotributi con qualche kitscheria notevole e la presenza dei due chitarristi poseurs che ci aveva lasciato non poco perplessi. L’altro era lo show del solo Peter Murphy per il cosiddetto Ruby Anniversary (di cui avevamo scritto qui), incentrato sul repertorio della band in occasione del suo quarantennale: anche questo uno spettacolo autocelebrativo, in cui il cantante era il protagonista assoluto ma faceva anche il necessario per meritarselo (con una prova vocale che ci aveva strappato applausi e sincera ammirazione).
Questa volta non ci sono due ma quattro quarti dei Bauhaus in campo: ci sono un Kevin Haskins e soprattutto un Daniel Ash in più – proprio il chitarrista è spesso il vero fulcro della scena. Quando entrano i colpi tribali di doppia cassa e tom tom e le dissonanze, le scivolate metalliche e le bordate distorte della chitarra di In the Flat Field sappiamo che sono proprio i Bauhaus al completo e che siamo in uno dei momenti più forti dello show. La title-track del primo album è una canzone che per chi viene dalla provincia lombarda (chi scrive ne sa qualcosa…) – che non sarà il Northamptonshire ma è pur sempre nel centro di una grande pianura – ha un senso immedesimativo davvero forte. Peter Murphy, che sulla pedana della batteria si porta una mano alla fronte facendo il gesto di scrutare l’orizzonte, vede oltre le mura dell’Alcatraz le lande della sua infanzia e anche della nostra, la noia, la nebbia e i sogni proibiti.

Siamo già nel pieno del concerto ovviamente e Double Dare ha fatto la Double Dare che avremmo voluto sentire con bordate di feedback e una corda rotta. Il chitarrista con un look vistosissimo e il suo stile dirompente spesso e volentieri ruba i riflettori al suo cantante – lo fa proprio letteralmente, nel senso che ha i coni di luce puntati addosso o il proscenio tutto per lui quando sul palco illuminato di rosso attacca con la dodici corde l’intro di The Passion of Lovers. E il buon Peter ne esce un po’ ridimensionato. Non perché non dia spettacolo come frontman o non mostri con atteggiamento da dandy serioso tutte le sue doti di cantattore – anche ricorrendo a trucchi familiari, quando si incorona per God in an Alcove o si crocifigge con l’asta del microfono per Stygmata Martyr – ma perché rispetto al concerto solo di cui era il mattatore indiscusso, le sue performance canore risaltano meno e se ne perdono anche certe sfumature.

Sentiamo il sound più sbilanciato sulla chitarra a discapito della voce, ma soprattutto gli stessi dosati effetti che arricchivano l’espressività del canto ora sembrano curiosamente limitarla. L’occasione avrebbe meritato un suono ottimale per le nostre aspettative – che stasera probabilmente non c’è; forse lo stesso Murphy non era al top della forma, ma l’impressione è che l’inghippo sia prettamente tecnico. Intendiamoci, la chitarra doveva essere protagonista (è pur sempre una delle più incisive del suo genere) però altrettanto doveva esserlo il canto. Ed è un peccato perché in un set breve per quanto di apprezzabile intensità i Bauhaus condensano il loro repertorio con i pezzi preferiti dal pubblico, suonando con energia dove è richiesto e con l’atteso impatto scenico. Tracklist corta, e per alcuni anche troppo corta – non è la durata in sé a fare di un concerto un gran concerto e questo lo sappiamo, però io una Mask, per esempio, me la sarei sentita volentieri…

Si parte curiosamente con la cover di Rosegarden Funeral of Sores di John Cale e si chiude con una Dark Entries davvero pogo-friendly a giudicare anche dalla risposta compatta delle prime file. Il top è ovviamente il sabba psichedelico-vampiresco-floreale di Bela Lugosi’s Dead, ma si potrebbero citare anche She’s in Parties o Silent Hedges, il momento goth-dance di Kick in the Eye e quello sperimentale di In Fear of Fear. Il momento bis è solo per le cover: due quasi scontate, Telegram Sam e Ziggy Stardust, la prima invece è Sister Midnight, meno risaputa e giusto omaggio a un disco glorioso come The Idiot di Iggy Pop, che all’epoca fu un modello di suono per gli stessi Bauhaus e per tanti loro colleghi più o meno colorati di nero.

Un concerto vero insomma, e non di figuranti (se paragonato ai Sisters of Mercy – tanto Andrew Eldritch se la ride sotto gli occhiali scuri e la cosa non lo tangerà più di tanto). Peccato per quei dettagli che avrebbero potuto rendere la serata davvero memorabile, anche a fronte di un esborso importante per il costo del biglietto, pure questo va detto.
Foto gallery completa di Andrea Leone
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