Recensioni

Nei tour celebrativi di particolari dischi e anniversari, in cui i musicisti e le band ripropongono in blocco una parte prestabilita del loro passato, si annida una sorta di metalinguaggio o metainterpretazione – non so cosa direbbero i semiologi a riguardo, o anche gli psicologi. Una sorta di performance della performance, non mi riesce di spiegarlo con concetti o immagini migliori. O con aggettivi più azzeccati. C’è chi performa se stesso in modo inconscio, casual, evidente o anche studiato. Peter Murphy sembra quasi “scientifico”, se si può chiamare scienza un condensato di arte e di mestiere. Vederlo all’opera al Fabrique, mentre insieme a David J e a due musicisti “esterni” inscena questo spettacolo del primo album e del vecchio repertorio dei Bauhaus, dà proprio l’impressione di assistere allo show di un teatrante consumato, di un vecchio primattore che sente il palco alla sua maniera. Di vedere un teatro del rock o del post-punk.

Così sarebbe stato anche all’epoca dei Bauhaus, con l’età e l’urgenza del momento dalla sua. La teatralità del canto e della presenza sul palco di Murphy sono stati una cifra fin da quando era un giovane corvino e spiritato che si muoveva come un fascio affilato di nervi. Una cifra che rasenta l’eccesso, tenuto sotto controllo con la capacità scenica. Oggi che è un dandy ingrigito, dal portamento signorile, a cui i baffi e la barba donano un che di luciferino, è padrone del palco in ogni momento e a ogni mossa. Sentirlo cantare per la prima volta dal vivo oltretutto colpisce per il suo modo non direi di cantare la voce – che dà più l’idea di qualcosa di virtuoso e ardito, alla Demetrio Stratos o Diamanda Galás, vocalist di tutt’altro genere – ma di suonare la voce. Modula il timbro con gli effetti usando l’eco del microfono – e ovviamente caricando di enfasi anche il gesto stesso – un po’ alla maniera in cui i chitarristi lavorano sui pedali. Idem per il megafono e altri aggeggi che distorcono la voce usati ad hoc. Chi non l’aveva mai visto (il sottoscritto) capisce anche come, sì, senza un Bowie prima non ci sarebbe stato un Peter Murphy, ma senza un Peter Murphy, un Perry Farrell non sarebbe stato un Perry Farrell. La storia del rock è fatta anche di questi passaggi di testimone e di queste catene “evolutive”.

Un’altra cosa colpisce e un po’ stranisce: quante volte Murphy tiri fuori la lingua, e non per fare le boccacce alla Ozzy ma proprio per vibrare o per un timbro “sgolato” particolare. È un po’ la sua leva del vibrato, la lingua. Abbiamo a che fare, per chi non lo sapesse o lo dovesse ancora vedere all’opera (sempre il sottoscritto), con un cantante tecnico, oltre che di scena, che controlla la voce in maniera superba – nei due sensi della parola. Ottimo anche nei brani evocativi e simil-acustici come The Three Shadows (part II), non sbraca nei pezzi rumorosi e neppure nei momenti più di spettacolo e di eccesso. Una voce espressiva e carica a cui si aggiunge l’efficacia di scena, dalle mosse coreografiche, alle pose plastiche, ai trucchi di repertorio – la corona per God in an Alcove, l’asta del microfono caricata sulle spalle a mo’ di croce per Stygmata Martyr –  sintomo di un’attenta regia. Già, perché il primattore è anche il coreografo e il regista di questo teatro dark punk: si comporta da regista quando si mette volutamente in favore dei faretti a bordo palco o addirittura ne maneggia uno puntandolo sui suoi musicisti.

I suoi musicisti, perché c’è un solo mattatore e gli altri, compreso David J (sembra convocato più pro forma che per altro), sono comprimari. Per non parlare della band di spalla, i Dead Mountain Tribe, non trascendentali ma dignitosi nel loro pysch-rock moderno, a cui il segnale di sgombero del palco arriva forse prima di quando si aspettassero. Tornando a bomba, cioè a mr. Peter, se vi piace l’idea di una rivista gothic rock, difficilmente ne troverete una migliore. Ragionando in modo complessivo sul concerto, dopo l’ampio resoconto di una performance canora inappuntabile o quasi, diciamo che la resa globale di brani di In the Flat Field è di alto livello. Forse Double Dare manca un po’ della cattiveria e ferocia che l’avrebbero resa al top. Bela Lugosi’s Dead ha invece quegli effetti da rack governati sempre da Peter che non possono pareggiare la brillantezza orrorifica dei tagli di studio, ma fa sempre coro (stonatissimo dal pubblico e in particolare dell’autore di questo pezzo – mica tutti possono cantare così…). Belle, poi, The Passion of Lovers e Dark Entries e il tiro dance di Kick in the Eye.

Il protagonista indiscusso è ovviamente uno solo. La professionalità e il carisma insomma la vincono anche sul deboscio e sull’età. Buon per il nostro Murphy, che pure tra i tanti grazie non perde l’occasione per regalarci un po’ della sua arguzia salata da primadonna: «non sei cool Milano, se non mi chiedi il bis io non lo faccio». No Milano, non sei cool. Forse stava parlando anche ai vari cosplayer dark sparsi tra il pubblico. Non c’è gara con chi vi stava di fronte. Non provateci nemmeno, a essere cool.

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