Recensioni

Premessa doverosa, anche se ci sembra di averla già scritta qualche milionicino di volte. È abitudine ormai che nei concerti ci imbattiamo in formazioni-revival di band che definiamo storiche con metà, un terzo, un quarto, un quinto ecc. ecc. ecc. della line-up originale – tanto da fare apparire i veri superstiti come degli special guest di una cover band –, e musicisti giovani che fanno da spalla ai veterani per portare quel vecchio repertorio di nuovo sui palchi.
Il nadir per quello che mi riguarda rimane forse ancora questo: la buonanima di Ray Manzarek e Robby Krieger che suonano il repertorio dei Doors con il cantante-sosia di una loro cover band, ma potrei fare molti altri esempi. Il confine tra un complesso vero e il suo gruppo-cover di lusso in queste situazioni è un velo di Maya – come lo chiamerebbe un filosofo di quelli che Andy Eldtrich, uomo colto e poliglotta, probabilmente apprezzerà, cioè Schopenhauer –, sottile sottile e trasparente, un po’ come il sipario scuro che copre momentaneamente il palco in attesa dell’ingresso dei Sisters of Mercy, oggi: vale a dire il “capitano” Andrew Eldritch, accompagnato dai chitarristi Dylan Smith e Ben Christo e da Ravey Davey, cioè l’assistente umano di Doktor Avalanche, l’unità elettronica un tempo drum-machine che ora si occupa di basso e beat ha la forma di due laptop e di una piccola tastierina-synth.
Diciamo che l’amore per la musica e per l’eredità più o meno simbolica – ma spesso e volentieri molto più che soltanto simbolica – o per un certo immaginario che questo o quel tale gruppo hanno lasciato in dote ci fa passare blandamente sopra questioni di opportunismo-bollaspeculativa-tantofannotutticosìormai-chenoiaechebarbaechebarbaechenoia…. Tagliando corto tutti i blablabla del caso, il caso dei Sisters of Mercy è da questo punto di vista singolare perché di fatto dallo scioglimento della formazione di First and Last and Always la sigla è – e lo è in maniera definitiva – del solo Andrew Eldritch. Il nome rappresenta insomma lui medesimo con i suoi collaboratori o addirittura accompagnatori-figuranti – la questione legata alla bistrattatissima Patricia Morrison (di suo un piccolo culto nel culto, ex Bags e Gun Club e in seguito nei Damned), non si sa se usata più come musa o ragazza immagine chi lo sa, ma a suo dire semplicemente usata, da quanto ho scoperto leggendo in rete (all’epoca in cui ascoltavo i loro dischi non credo esistesse nemmeno, Wikipedia), è piuttosto emblematica di un certa leadership un po’ totalitaria. Il solito discorso che facciamo sui gruppi-revival associato ai tempora e mores è insomma fuori luogo, visto che si tratta di una tara antica del progetto Sisters of Mercy. Ma che con le loro pose e i loro look Christo e Dylan siano di fatto degli accompagnatori-figuranti, due ragazzoni che potevano forse essere in fasce o poco più all’epoca in cui uscivano i primi 45 giri dei Sisters of Mercy, è sensazione un po’ cattiva da parte nostra, lo ammettiamo; neppure troppo sbagliata però, almeno per quello che si vede sul palco stasera. A suo modo – altro però – coerente con i presupposti estetici che questo intrigante e da tempo inossidabile progetto ha avuto, se non dall’inizio, almeno strada facendo da un certo punto in poi.

Se il mondo, come ci insegna il filosofo di cui sopra, è volontà e rappresentazione, se c’è una volontà collettiva di perpetuare il culto della creatura di Andy Eldritch qui tra tanti adepti che si direbbero celebranti di vecchia data – mi guardo intorno durante il set del trio psych-rock belga degli Hugs of the Sky (discreti, pur senza essere in sé una rivelazione) e vedo quasi tutti papabili aficionados dell’epoca, a giudicare dall’età media che fa sembrare chi scrive, nato giusto qualche mese prima che si formasse la band, come uno tutto sommato tra i più giovani (con poche anche se significative eccezioni, come la ragazza ventenne poco lontana da me truccata come una novella Siouxsie) – lo show è da un certo punto di vista la rappresentazione fedele di quello che i Sisters of Mercy sono stati da più punti di vista.
Le pose che francamente un po’ ci imbarazzano e il look dei due chitarristi – il ciuffo scolpito e lo smanicato di pelle (?) tra postpunk e vodoobilly di Ben Christo, e la lunga chioma bionda e la divisa nera leather metallara dello statuario e palestrato Dylan Smith, con l’aggiunta di un paio di occhiali neri a specchio come quelli che il loro capo indossa da una vita e naturalmente non può non sfoggiare anche stasera – disegnano effettivamente e illustrano all’occhio attento due poli stilistici attorno a cui fondamentalmente è gravitata la parabola musicale tracciata dal 1980 al 1990 (anno dell’ultimo album di studio, Vision Thing) e in grado di magnetizzare il pubblico su entrambi i versanti (una prova del fascino esercitato dalla band inglese sull’immaginario metal, persino estremo, è la compilation tributo uscita nel 2021 dal titolo Black Waves Of Adrenochrome, con nomi come Cradle of Filth, Keator, Paradise Lost, Crematory). Un aspetto anche visuale che riassume un significato estetico in un modo così iconicamente perfetto che potremmo attribuirlo alla volontà di fare un concept show, una specie di critica-spettacolo.
E ovviamente il concept show si porta dietro tutto: con la teatralità tipica di un certo stile anche quella dose di genuina e allo stesso tempo decadente tamarraggine che onestamente ci aspettavamo di trovare per la nostra pur relativa esperienza delle cose del rock. Forse, è vero, avremmo auspicato un Eldtrich un po’ meno cerimoniere distaccato – che demanda sicuramente la parte più d’impatto e fisica dello show ai suoi più rampanti comprimari – e un po’ meno trincerato dentro il suo notorio tono di voce tra il ringhio baritonale e il vibrato cavernoso, una sintesi a suo modo geniale di Morrison–Dylan–AlanVega–Lemmy, ma certo se possibile ancora arrochito e reso meno elastico dagli anni che passano: se il termine paragone è un suo coetaneo come Peter Murphy, protagonista di uno spettacolo recente simile, non meno incline a additivi chimici, pieno di sé e altrettanto calato nel suo personaggio, la sua performance a dire il vero si fa preferire e non poco rispetto a quella più compassata (molto compassata) di Eldritch di stasera.
Nella scaletta di questo tour ci sono novità in forma di un paio di pezzi recentissimi, I Will Call You e But Genevieve, dal taglio piuttosto riconoscibile, tanto che si amalgamano senza risaltare particolarmente in scaletta. Ma il pubblico in questi casi non aspetta che i classici: è evidente dall’accoglienza di Alice, primo pezzo che mi viene in mente da sempre quando penso ai Sisters of Mercy, per quella sua particolarità in un certo senso fondativa – le pulsazioni heavy dance della drum machine che si aggancia a certe allora evoluzioni EBM o industrial, unite alle memorie di rock and roll degli anni ’60 e ’50 declinate con l’asciuttezza post-punk e una vena risolutamente dark… – e poi, Marian, simbolo dell’opulenza goth-rock dell’album di debutto a lungo posticipato, First and Last and Always.
Il vero putiferio però si scatena durante i bis tra Lucrecia My Reflection, Temple of Love e This Corrosion, tutto l’Alcatraz si anima come non aveva fatto prima. This Corrosion è proprio l’apoteosi, suonata anche un pelo più veloce dell’originale, quando la gente arriva dalle file più indietro per buttarsi a pogare e qualcuno abbassa finalmente quel maledetto telefonino per unirsi anche lui alla mischia (non tutti però… in compenso qualche peccatuccio devo confessare di averlo commesso anch’io: quando vedo Smith immobile con la chitarra dietro la schiena e a braccia conserte, rivolto al pubblico senza suonare, come per una sorta di coreografia prima di dover entrare con la sua chitarra all’inizio di Alice, mi rendo conto che a suo modo è un momento memorabile, vero cinemetamarrobrivido).
Concerto o cosplay? Forse entrambe le cose, ma anche in questo coerenti con quel po’ di kitsch che non riesco a separare dalla musica dei Sisters of Mercy, sapendo che intervenendo così chirurgicamente si asporterebbe qualcosa di vitale per il significato estetico di una band tanto importante e influente.
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