Recensioni

In principio era LOFT. Manchester, cinque anni fa. In uno studiolo casalingo vengono prodotte tracce di musica elettronica. Attraverso internet saranno pubblicate online dalla Astral Plane, dall’altro capo del globo. Negli anni seguenti altre tracce inedite, mashup, edit di brani pop e meno pop finiranno sulla sua pagina Bandcamp. Altre tracce attireranno l’attenzione della connazionale Wisdom Teeth, altre ancora faranno in tempo a intrufolarsi nel catalogo di una Tri Angle ormai prossima alla chiusura. Nel frattempo la vita fa il suo corso. La creatura che un tempo era LOFT entra in un nuovo ciclo e diventa aya. Musica e identità mutevoli. Un trasferimento da nord a sud, lasciando Manchester per la capitale. Il lockdown pandemico. È questa la cornice che ha dato i natali ad im hole, primo album ufficiale di aya sinclair. Ad accaparrarselo, la Hyperdub del solito Kode9, che in questo 2021 sta inanellando una serie di album magistrali per mostrare che la qualità da queste parti è come il vino, migliora col passare degli anni.
Pubblicato in digitale e in forma di libro con scritti e foto dell’artista, im hole è quanto di più simile alla forma diaristica abbia da offrirci l’elettronica sperimentale di quest’anno. Se le abilità (e la versatilità) nella produzione erano state ribadite a più riprese fra release ufficiali e non, e la tendenza a metterci la faccia era in fondo palese già nella goliardica Boiler Room di qualche anno fa, l’asso nella manica in questa mano è la voce. In un mix fra cantato allucinato, spoken word psicotico e robotico, e momenti di quasi-rap istrionico, l’io narrante/delirante/disorientante di aya fa da protagonista di questa messa in scena – non a caso la traccia che apre l’album si chiude con un «hello everyone and welcome to the show» – della durata di 40 minuti scarsi.
Il sito della Hyperdub ci informa che in questi 11 pezzi aya ha «scolpito una serie di vignette autobiografiche che sfidano le norme stabilite, mettono in dubbio verità supposte e affermano uno spettro di esperienze interconnesse». Bando alle norme, dunque, e alle verità. Benvenute fluidità, instabilità dell’espressione vocale così come del magma sonoro, che tocca tanti generi senza mai fermarsi in una posizione di comodo. Questo contrasto fra ciò che è e ciò che non è, fra il negativo e il positivo, d’altro canto, è tutto racchiuso nel titolo e nel gioco di parole tra hole e whole. Im (w)hole, il vuoto e il pieno, il nulla e il tutto. Testi come flussi di coscienza registrati inizialmente come audio note su smartphone, e in seguito rielaborati su Ableton, per mettersi a nudo tenendo un piede nel diaristico e uno nel dadaistico.
D’altronde, se i tuoi genitori ti fanno studiare piano e batteria sin da piccola, fanno improvvisazioni teatrali, e prima del decimo compleanno ti fanno entrare in una band assieme a loro stessi, tutto il contenuto di im hole appare il necessario e inevitabile coronamento di un percorso umano e artistico votato all’esplorazione di possibilità altre. In un’intervista, parlando del titolo dell’album, aya afferma di aver tratto da Sadie Plant l’idea dei buchi come siti colmi di potenzialità piuttosto che di vuoto. Queste potenzialità debordano in un caleidoscopio in cui si rifrangono generi musicali e tradizioni diverse: l’immancabile eredità UK rave e la sfrontatezza della cosiddetta deconstructed club, l’avanguardismo sperimentale e il songwriting nella sua accezione più ampia, si fondono per dar vita ad una creatura chimerica. Meno zuccherosa di SOPHIE, più orientata al cantautorato rispetto a Lotic, meno appariscente di Arca, più istrionica di Holly Herndon, con im hole aya va ad occupare una casella ancora vacante sullo scacchiere dell’elettronica sperimentale che ha (ri)portato la corporeità e la voce al centro della pratica artistica.
La voce come strumento aggiunto, duttile e perturbante. Materia viva dal fascino ambivalente, da cui non riusciamo a non essere perversamente attratti. Spesso e volentieri trasfigurata dalle manipolazioni elettroniche, al punto da rendere indecifrabile quale sia la vera voce di aya, quella naturale, o quale sia la fonte, la natura, la gerarchia di ciascun suono («Everything that is rhythm is melody and everything that is melody is rhythm […] To have this understanding that everything has a certain kind of duality is super, super important», ha dichiarato in un’intervista). È proprio questo uno dei grandi meriti dell’album, quello di sfumare (annullare?) i confini fra il naturale e l’artificiale. Confluiscono in questa pratica di offuscamento tanto l’esperienza personale di aya in quanto persona transessuale («If I were one or the other / I could smother half of myself») quanto le compenetrazioni fra i suoni prodotti dal suo corpo, dall’ambiente e dalle macchine.
Esemplare il brano di apertura, somewhere between the 8th and 9th floor, col suo tappeto di field recordings registrati nel vecchio condominio in cui abitava (fra l’ottavo e il nono piano, da cui il titolo) e uno spoken in stile Virginia Woolf adattata per IA («me, more / red shoes or blue shoes? […] don’t forget to breathe / tik tok / they say a stopped clock is right twice a day»). C’è il rap biascicato all’elio di once wen’t west, degna del Quasimoto più strafatto; l’istrionismo di OoB Prosthesis supportato dallo stop-and-go di clangori metallici; il desiderio sessuale e il vuoto esistenziale avvinghiati nell’essenzialità di versi come «Come find me undercover / Come over we could fuck the void out of each other» che fanno rivivere SOPHIE in what if i should fall asleep and slipp under; e non mancano allucinazioni in stile asmr degenerato (still i taste the air e il singolo di lancio Emley lights us moor con Iceboy Violet in forma smagliante per il brano più ‘pop’ del lotto), o lo spoken word per certi versi simile nella struttura ai viscerali flussi di coscienza di Blackhaine («It’s been four years now / I’ve been trading places / Evading faces / Saving graces»).
Altrettanto degni di nota sono i brani strumentali, nei quali aya offre la sua visione idiosincratica del continuum UK: il grime sbilenco e claudicante di dis yacky suona come Zomby che interpreta Pulse X a metà ‘00s, riesumato e corroso dal letargo in un hard disk dimenticato; tailwind è uno dei rari casi in cui l’espressione “deconstructed club” può essere usata senza temere occhiate di scherno e risolini altrui, grazie al suo vortice in cui turbinano rimasugli di basse frequenze poderose, amen break e cianfrusaglie ritmiche varie; If [redacted] Thinks He’s Having This As A Remix He Can Frankly Do One è tutto un cocktail di suoni sintetizzati e scoppi ritmici, mentre il brano forse più sorprendente – posto strategicamente a metà album – è the only solution i have found is to simply jump higher con cui la mancuniana strizza l’occhio a certa new age e neo minimalismo HD (il recente Giant Claw ma anche l’ultimo Lorenzo Senni, e ci innesta sopra un beat con la giusta dose di bleep e inserti glitchati, non sia mai ci scappi un “banale” pezzo new age tutto arpeggi e sfarfallii.
La bravura di aya sta anche nel creare tensione e dinamica senza ricorrere al massimalismo spesso diffuso nella club music più sperimentale. Al contrario, anche quando gli elementi in gioco sono ridotti ai minimi termini l’effetto psicoacustico è sempre quello di una densità difficile da contenere, che richiede più e più ascolti per essere dipanata e metabolizzata a dovere. Ogni elemento, anche il più piccolo inserto – una nota dissonante, un cigolio, un suono percussivo dal timbro indecifrabile, un sospiro – ha una funzione e uno scopo ben preciso; ciascuno è un elmento scenico indispensabili alla riuscita della rappresentazione.
Dunque, ricerca personale e ricerca musicale, ricerca del sé esistenziale e del sé artistico vanno di pari passo nei quaranta minuti di im hole: «I don’t think I’m trying to be, or do, anyone else. I’m getting caught up in the experience of writing and processing some really fucking personal stuff» ha dichiarato nella sua intervista a RA. Un confessionale musicato, allucinante e allucinato, in cui la “really fucking personal stuff” esige di essere ascoltata ripetutamente per entrare, brano dopo brano, in uno degli universi sonori più intriganti e perturbanti che l’annata corrente ci abbia riservato.
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