Recensioni

Nel 2016 un utente di Discogs, noto sito per catalogazione e compravendita musicale, commentava così la produzione di Lee Gamble: «Se una Honda Accord rossa del 1994 con jungle a palla si schiantasse contro una galleria che espone dipinti pastorali del XIX secolo, e lì da qualche parte esistesse un computer, allora potreste avere un’idea della musica di Lee Gamble». Nei cinque anni successivi, la discografia del Nostro è andata ad arricchirsi e stratificarsi ulteriormente per complessità e richiami musicali ed extra-musicali: nel 2017, dopo aver legato il suo nome alla PAN – una delle roccaforti dell’elettronica più avant- e “concettuali” dell’ultimo decennio – si presentava alla corte di Steve Kode9 Goodman con il monumentale Mnestic Pressure.
Sempre per Hyperdub, poi, sono arrivati nel 2019 i primi due capitoli della trilogia Flush Real Pharynx, giunta adesso alla conclusione. Il primo EP, In A Paraventral Scale, spostava definitivamente il focus dalla ricostruzione del passato alla decostruzione del presente, operazione proseguita in maniera più convincente nel secondo episodio, Exhaust. Quasi un decennio dopo aver dato forma a nebulose spettrali di ricordi junglistici anni ’90, Gamble sembra ora interessato all’hic et nunc. Temi portanti di questa trilogia, infatti, sono il bombardamento informativo e comunicativo del semiocapitalismo, la pervasività della pubblicità e della coazione a produrre e comprare, l’artificialità della vita. Sembrano argomenti più adatti ad aule di filosofia e cultural studies, e difatti Gamble non ha mai nascosto il suo interesse per la teoria. Interesse che si riverbera, per fortuna senza pedanteria, nelle sue uscite discografiche.
A Million Pieces of You, tuttavia, devia dal retroterra dei suoi due predecessori. E il motivo, facilmente intuibile, è riconducibile al cambiamento apportato alle nostre vite dal Covid-19. L’EP è stato scritto in un periodo in cui «l’esperienza soggettiva di sovraccarico è giunta ad uno stop, lasciando spazio ad un prepotente senso di perdita, burnout e ad un disperato bisogno di speranza». Dunque, A Million Pieces of You è «un involontario finale adatto per un album originalmente concepito in un mondo differente da quello in cui viviamo ora». Non a caso si tratta del capitolo più intriso di emozioni e dal sound più personale. Sembra di avere di fronte non solo il Lee-Gamble-producer-di-successo, ma anche e soprattutto il Lee-Gamble-uomo-nel-mezzo-della-pandemia, che non teme di mostrarsi vulnerabile.
L’EP che chiude il ciclo Flush Real Pharynx è a sua volta costruito in modo circolare. Alla Balloon Lossy di apertura risponde, venti minuti più tardi, la conclusiva Balloon Copy. E se la prima, con quello squarcio di rumore che proietta nello spazio virtuale dell’EP, ci rende partecipi senza mezzi termini del substrato di angoscia e senso di perdita alla base di questo lavoro, la seconda, invece, giunge come una insperata luce in fondo al tunnel, facendo calare il sipario su note meno meste. Balloon Lossy, forse un unicum stilistico nella produzione di Gamble, porta a galla dei vocals processati, fra autotune e riverbero. Potrebbe essere un remix di una qualunque canzone r&b contemporaneo o (hyper)pop, o un sample, o un tentativo di riprendere certi stilemi. Una nessuna o centomila, sembra dirci Lee Gamble, lo stampino è sempre quello. E difatti nella seconda metà della traccia la voce si frantuma in un crescendo di fonti sonore schizofoniche. La sensazione è circa quella di essere in un vagone della metropolitana mentre ascoltate musica in cuffia e cercate di seguire le conversazioni delle persone intorno a voi. All’opposto, Balloon Copy è una composizione per synth dal taglio rétro – leggi synth mania dei ’70, ma anche psichedelia elettronica 90s – e unica traccia del lotto priva del substrato malinconico. Quasi a voler trasmettere, a sé stesso e agli ascoltatori, una serenità che chiuda un percorso di ascolto intenso (nonostante la breve durata, appena 22 minuti), impegnativo e dolente.
Le tracce di questo dolore si fanno evidenti nelle note di piano appena distorto di Empty Middle Seat, fluttuanti in uno spazio vuoto e accompagnate da un violino altrettanto mesto. Per non parlare del titolo che, in tre sole, banali, parole offre uno spaccato del mondo pandemico che chiunque abbia viaggiato in aereo, sia andato al cinema o abbia assistito a un concerto nell’ultimo anno, non faticherà a figurarsi in mente. Al vuoto fisico si affianca il vuoto relazionale: You Left a Space sa di requiem per piano e post-garage, immaginate i kick e i rullanti del Burial periodo Untrue, ma più “regolari”. A colpire è lo stridere fra l’andamento quasi club-oriented del beat che non riesce tuttavia a mascherare l’umore funereo affidato all’accompagnamento melodico. Dualismo che ricorda i primi lavori di Gamble, in cui lo spirito dionisiaco della jungle di inizio ’90 veniva riportato in vita, ma privato di tutta la sua compattezza fisica, in uno stato di sola atmosfera gassosa e offuscata.
Qui avviene il contrario, in un certo senso. Ci sono i kick e i rullanti, l’impalcatura, lo scheletro, ma vi aleggia un senso di vuoto, anzi, di riempimento vacuo. Come in Newtown Got Folded, chirurgico assemblaggio di timbri percussivi trap, melodie cupe grime, e quel tipico rullante sul terzo beat ormai sinonimo di dubstep anni ‘00. Eppure non sembrano pervenute né l’arroganza trap, né l’esuberanza grime, né la profondità dubstep. Il risultato è una dissonanza cognitiva, Lee Gamble che ci rende nostalgici di un qualcosa che non siamo in grado di identificare. A metà fra la “maniera nostalgica” di Jamesoniana memoria e genuine memories of the future che uniscono i puntini tra Mark Fisher, Kode9 e le sopraccitate operazioni di re-costruzionismo dello stesso Lee Gamble. Il senso di perdita indistinto e lancinante si propaga e si rarefà in Obsession Model, glaciale commento alla morbosità voyeuristico-ossessiva nei confronti delle celebrità, che si conclude con un campionamento d’annata a-la Caretaker quasi a fare da canto del cigno per i fasti dell’Occidente civilizzato. Unica eccezione al mood tetro, oltre alla già citata traccia conclusiva, è Hyperpassive, (fuorviante?) brano scelto come singolo di lancio. Siamo in territori cari all’IDM d’annata, fra spigolature ritmiche e aperture ambientali. Pur non essendo il più rappresentativo a livello prettamente sonoro, Hyperpassive riesce però a condensare in una sola parola il vissuto psicoemotivo collettivo alla luce di più di un anno di pandemia. L’iperattività è diventata iperpassività, burnout da paralisi impotente e sovraccarico di tensione.
A Million Pieces of You, in conclusione, è l’ennesima ottima prova di un producer sempre intrigante e sempre pronto a intraprendere nuove direzioni. Nonché la conclusione ideale di una trilogia che forse non ha avuto la stessa risonanza di altre uscite Hyperdub, ma che non abbiamo dubbi sarà ricordata come uno degli episodi salienti nella discografia di una label da quasi vent’anni sinonimo di qualità e innovazione. E, per quanto ben riuscita la costruzione ritmica nella sua scheletricità, è nel (ri)creare atmosfere che Lee Gamble eccelle davvero, dimostrando che un’elettronica di ricerca non debba trascurare per forza i sentimenti e le emozioni umane; ma, al contrario, saperle trasfigurare. Nell’attesa e nella speranza di un futuro migliore, A Million Pieces Of You è una delle più riuscite colonne sonore dello spleen pandemico.
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