Recensioni

7.1

L’esordio lungo di Proc Fiskal, Insula (2018), aveva confermato più di una positiva impressione sul producer scozzese: un disco che forniva una personalissima rimasticazione di elementi (sino) grime e footwork, (tra)vestiti da qualcosa di decisamente più simile all’IDM (e ai suoi princìpi ispiratori, come scriveva Nicolo Arpinati), che a qualsiasi altra uscita in zona hardcore-continuum a lui coeva.

Questo Siren Spine Sysex esce sempre su Hyperdub e porta con sé l’attesa che pesa sulle spalle di una seconda prova, alla quale il Nostro arriva dopo un altro paio di EP che ne hanno raffinato la verve collagistica e sampledelica. Non viene meno l’attitudine da cameretta e quasi lo-fi che già all’esordio caratterizzava la scaletta: laddove Insula mostrava qualche asprezza, però, il nuovo disco sembra aver smussato gli angoli e virato su tinte più pittoriche. Se questo particolare mood è percepibile all’ascolto, complici passaggi sonori a tratti quasi cantautorali, sono le note di contorno all’uscita che chiariscono le coordinate da cui prende le mosse Powers.

Cresciuto in una famiglia di cantautori folk, il producer scozzese sfrutta qui frammenti di brani della tradizione (Recall, per dirne una che muove da una di queste schegge per virare su paesaggi IDM acidi), che vengono dunque processati e annegati in una griglia ritmica intricata quando non immensurabile. Met Path Toth è il medesimo gusto di Foodman, in un’altra interessante uscita Hyperdub di quest’anno: Yasuragi Land aveva tutto l’aspetto di un caleidoscopio giocato con spirito infantile, mentre quello di Proc Fiskal è un disco che più apertamente mastica un corpus sì variegato, eppure omogeneo; la voce ripiegata come un origami in Humancargoe Estt o in Her In, dove diventa un espediente per agghindare lo scheletro ritmico uptempo.

Il titolo dopotutto si rifà a un tipo di linguaggio utilizzato nelle interfacce MIDI e in generale l’ultra digitalizzazione del suono, oltre a essere davvero la spina dorsale (siren spine) del lavoro, lo trasporta attraverso modulazioni di frequenza sempre più invasive, fino alle degenerazioni estreme della conclusiva Roman Fatigue, specie di prisma orientaleggiante mutaforma. I pointillismi stile Carl Stone di Leith Torn Carnal sintetizzano, nel connubio con le melodie quasi dreamy della voce accartocciata, la ricerca di dialogo tra l’iperrealismo digitale spietato nel quale siamo immersi e l’appartenenza a una tradizione (quella sì del folk, ma a cascata anche di una Elizabeth Fraser) imperfetta e imprecisa, umana.

Se da un lato dunque fa il paio con Foodman, dall’altro Siren Spine Sysex spalleggia anche l’ultimo Lee Gamble. Al primo, abbiamo detto, lo accomuna lo spirito “giocoso” (peraltro già cifra stilistica di Powers), mentre del secondo ripercorre i binari di un’estetica super HD non riuscendo tuttavia a proporre altrettanto valide suggestioni concettuali. Lee Gamble, recensito da Lorenzo Montefinese, ha infatti avuto la capacità di raccontare un presente – pandemico ma non per forza – amorfo e atomizzato; Proc Fiskal rimanda invece a un passato prossimo scaraventato nel futuro anteriore a forza di digitalismo, ma quel che viene a mancare è una sostanza (esagero?) filosofica.

Poco male, si dirà. Ed è senz’altro così. Eppure la sensazione è che il ragazzo stia ancora capendo cosa voglia fare da grande. La stoffa è sempre buona, l’etichetta di quelle giuste per crescere (e lo abbiamo visto dai citati compagni di merende): aspettiamo il prossimo, con le buone sensazioni che già avevamo avuto all’esordio.

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