Recensioni

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It’s a season of change, and if you feel strange / it’s probably good

A sentire i diretti interessati, l’espressione “pink elephant” descrive il pensiero ossessivo ed inevitabile per qualcosa a cui non vorresti pensare. Altrove, Win Butler ha specificato che “elefante rosa” è il nome che ha dato alla sua depressione. Che questi non siano anni normali e del tutto sereni per gli Arcade Fire è cosa nota, e che questo si rifletta tanto nella loro vita personale quanto nella loro carriera – al netto dell’affetto dei fan più fedeli – è fisiologico ed inevitabile (sì, ci riferiamo alle accuse di molestie mosse al leader nel 2022, e a cui ogni recensione di questo disco farà irrimediabilmente riferimento; noi la chiudiamo qui).

Cronache a parte (abbandono di Will Butler incluso), a più di vent’anni da quella supernova che fu Funeral, nonché alla luce di quanto seguito dopo in termini di fenomeno para-indie e di affermazione globale, è impossibile non esaminare lo stato della questione ad ogni uscita dei canadesi: così era stato per il precedente – e invero molto buono – WE, che ribilanciava dopo la mezza debacle di Everything Now riportando tutto e tutti a casa, così è per questo settimo album che vede apposta in calce la firma nientemeno che del veterano e connazionale Daniel Lanois, maestro del suono il cui curriculum parla da sé (le collaborazioni dorate negli anni ’80 con U2, Peter Gabriel e Bob Dylan, e in tempi relativamente più recenti con Neil Young dovrebbero essere di pubblico dominio, senza contare l’apprendistato ambient con Brian Eno in lavori come Apollo: Atmospheres And Soundtracks) e da cui ci si aspetta un’impronta indelebile o quantomeno inconfondibile.

Lecito dunque attendersi da queste dieci tracce, tre delle quali non a caso intermezzi di musica di ambiente, qualcosa di non troppo diverso – mutatis mutandis – dalla collaborazione del summenzionato Eno con i Coldplay per Viva la Vida o, senza allontanarsi troppo, dal coinvolgimento di James Murphy in Reflektor o da quello di Nigel Godrich in WE: lavori in cui il pur blasonato nome coinvolto in fase di produzione ha fatto la differenza, tuttavia senza snaturare il feeling, l’approccio e la scrittura dei protagonisti.

Ed è in effetti quello che si percepisce senza ombra di dubbio a partire dal primo singolo Year Of The Snake, con le sue chitarre trattate di marca Lanois e una tensione che non sembra mai rilasciarsi, per un’ode al cambiamento e alla necessità di abbracciarlo (l’anno del serpente, continuando con le metafore animali, è quello in corso secondo il calendario cinese); siamo immersi nei paesaggi eighties da sempre prediletti dai Nostri, con la giusta dose di sincera emotività e pathos e la voce esile di Régine Chassagne a fare, come di consueto, da contraltare a quella corposa e accorata del marito, con in più la cura dei suoni tipica dell’uomo dietro la consolle.

Pur nella varietà stilistica è questa la cifra sonica di tutto l’album, sia negli episodi che strizzano maggiormente l’occhio all’indie come la stessa Pink Elephant sia in quelli più smaccatamente epico-anthemici come I Love Her Shadow (impossibile, nel bene e nel male, non pensare agli U2 o a certi James, pur in salsa disco-europop), con la sola Ride Or Die che con le sue tenui trame acustiche da vecchio traditional folk spezza in due una scaletta quasi sempre ad alto voltaggio e dominata dai sintetizzatori e drum machine; emblematici in tal senso i due brani centrali, Circle Of Trust (degna di Reflektor) e Alien Nation, produzione densissima tra synthpop e rumorismi quasi industrial (qualcuno ha detto Achtung Baby?).

Al di là di tutto, l’impressione tuttavia è che il trattamento Lanois sia servito a dare sostanza sonora a un’identità frammentata, quando non in crisi: pur nella bontà dei singoli episodi, e fatta salva l’innegabile ispirazione della penna di Win in certi tratti (eccellente quando usa “neuromancing” anziché “romancing”, o quando entra in modalità preacher delirante e mette insieme l’Arcangelo Michele e Kid Icarus – quello del vecchio videogame Nintendo, presumiamo), il filo narrativo appare esile e discontinuo così come il carattere stilistico del tutto risulta un po’ incerto. Il proverbiale album di passaggio, quello che cresce comunque con gli ascolti ma a cui senti che manca qualcosa (scusate i cliché).

Significativo come al centro della scena siano rimasti principalmente i coniugi Butler, cui è affidata oltre alla co-produzione gran parte della scrittura e degli arrangiamenti in un album quasi “casalingo”; la band, ridotta ai soli Jeremy Gara, Tim Kingsbury e Richard Reed Parry emerge con decisione solo nella conclusiva e torrenziale Stuck In My Head, tipico biglietto d’amore per i fan che rievoca l’era Neon Bible (e certe antiche infatuazioni Joy Division/New Order).

Anche i richiami continui alla fiducia (Circle Of Trust è anche il nome di un’app destinata ai fedelissimi, dove è stata condivisa una delle prime canzoni del gruppo), insieme ai riferimenti all’alienazione (senza contare l’Age Of Anxiety dell’album precedente), sono certo sintomi di un innegabile malessere; non fosse che, lì sotto, si percepisce che qualcuno sta comunque lottando e reagendo. Nonostante tutto, gli Arcade Fire sono ancora qui, a chiedere alla loro gente (e a tutti gli altri) non solo di accettare il cambiamento ma anche un leap of faith, un atto di fede in attesa di un ritorno più felice della Musa – o anche soltanto di una ritrovata serenità. Li aspettiamo.

Well, what can I do? / Now it’s all irrelevant / Don’t think about Pink Elephant, no

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