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Nel 2007 c’era un concerto che non mi sarei perso per niente al mondo. I Sonic Youth suonavano per intero Daydream Nation. Andai naturalmente e… ne uscii con una sensazione strana. Daydream Nation lo eseguirono per intero dall’inizio alla fine ma senza quella verve che immaginavo (come se poi si potesse fermare il tempo al 1988 venti o trent’anni dopo… ingenua utopia). Poi ci fu il resto del concerto. Lee Ranaldo se ne uscì dicendo qualcosa come: “Adesso suoniamo un po’ di musica del 2000…” e arrivarono i brani più recenti di Rather Ripped e fu quasi un’altra band – tonica, spigliata, molto più sul pezzo come se la celebrazione di un capolavoro fosse una sorta di preambolo stanco al vero momento topico dello show.

Da quel momento l’idea dei live celebrativi per gli anniversari dei dischi storici, risuonati per intero, mi è sempre andata non di traverso ma nemmeno giù in maniera troppo liscia. Si è sempre fermata a metà da qualche parte. Con alcune eccezioni, eh – la più recente che mi viene in mente è di casa nostra (dei Marlene Kuntz tirati e in palla come non li vedevo da tempo che il tempo l’hanno quasi fermato, ai momenti esplosivi e urlanti catarsi di anni ormai andati, anche se qualche scintilla ogni tanto li riesce a far rivivere. E sono sempre momenti intensi…)

Finiamo di divagare perché ero partito per parlare di tutt’altro. Anche se le cose sono collegate. Gli Arcade Fire tornano con un live speciale per i vent’anni di Funeral, album che tra preziosismi folk-barocchi e certe epiche volate corali ha ridefinito per gli anni Zero quella cosa che tutti siamo soliti chiamare indie rock. Celebrazione doveva essere e celebrazione è stata. Un grande sipario rosso che si apre come a teatro. Una performance-rito che inizia con Régine che accende bracieri di incenso. Una coreografia mozzafiato, lo schermo dietro la band su cui la grafica del disco si anima sovrapponendosi alle immagini in diretta (anche se appena fuori sync), gli abiti di scena in cui trionfa il nero, la formazione con un quartetto d’archi tutto al femminile (il Neighbourhood Quartet) e un corista-chitarrista-percussionista con i dreadlocks che dopo Win e Régine è l’anima dello spettacolo.

Arcade Fire
Arcade Fire live per Fiera Milano Live 2024, foto di Tommaso Iannini

Peccato che tutto questo tripudio visivo e scenografico venga non dico rovinato ma penalizzato sicuramente da un suono non all’altezza di tutta la cura che stava dietro a questa performance. Non è questione di come suona la band ma di come si sente. Nemmeno sarà colpa degli Arcade Fire, piuttosto di “buchi” e squilibri da imputare vuoi all’acustica della location alla Fiera di Milano, vuoi al mix tra tanti strumenti non riuscito in maniera ottimale, vuoi a qualche errore che, disdetta!, sgonfia proprio due pezzi esplosivi come Power Out e Rebellion – impedendo a chi è un po’ più perfezionista di goderli fino in fondo – ed è rivedibile un po’ ovunque appena i volumi si alzano. La stessa Laika per esempio ha delle parti – essenziali – di fisarmonica che si perdono (almeno, dal mio punto di ascolto che era dal centro del “secondo” settore: chi ha pagato profumatamente per il pit avrà sentito tutto alla perfezione? Dubito, anche se lo spero per lui o per lei). Va meglio in un pezzo più lento come Crown of Love, il cui arrangiamento live batte nettamente quello del disco ed è questa la (relativa) sorpresa della serata (non certo che Wake Up scateni ovazioni e finimondi: succede da vent’anni).

Ritrovo un vero e deciso concerto degli Arcade Fire – che, visti più volte dal 2010 al 2017, erano tra le più coinvolgenti live band in circolazione e dimostrano di esserlo ancora – nel secondo set, quando messi via gli abiti da Funeral e indossati quelli da Reflector tra completi colorati e camicie hawaiane, escono dalla chiesa – anche se le zaffate dei turiboli spinti dal vento arrivano alla narici fino alla fine, coprendo i soliti sudori e canne – e ci portano in disco passando per Rabbit Hole e Reflektor per chiudere con Everything Now dopo essersi fermati per un altro stop-amarcord dalle parti di The Suburbs con la title-track e con Sprawl II (Mountains Beyond Mountains per gli amici).

Parte seconda, paradossalmente, più tonica e sicura della prima – e questo è il motivo per cui siamo partiti a scrivere da un’altra band tanto tempo fa, perché a volte mi chiedo da dove arrivino questi input alle celebrazioni che ci lasciano un po’ in sospeso. Peccato per le (non tanto) veniali incertezze, anche se c’è da dire una cosa: doveva essere la prima data di questo Funeral 20th Anniversary Tour, e se non la si può chiamare una prova generale, l’ipotesi che qualcosa fosse/sia ancora in rodaggio non è così peregrina.

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