Recensioni

È sempre piacevole quando nel campo della musica elettronica, soprattutto nel cerchio di quella ballabile, ci sono degli album che diventano delle vere e proprie attese per la community di ascoltatori su base europea e mondiale. Fa sentire la forza di un’industria ormai coesa, in cui la linea tra mainstream e underground si è assottigliata; ad un punto tale per cui un album composto da musica destinata per lo più ai dj (che rimangono, dopotutto, addetti ai lavori) riesce a penetrare nell’immaginario collettivo pop, così come possono essere stati, con le dovute differenze, gli album di Hudson Mohawke e Shygirl.
Meno piacevole è quando, a differenza degli ultimi citati, questi album si rivelano delle delusioni. È il caso di Good Lies, primo full-lenght degli Overmono, il duo formato dai fratelli Tom e Ed Russel (noti precedentemente con i moniker di Truss e Tessela) uscito per l’etichetta capostipite della bass music, XL Recordings. Un traguardo naturale per entrambi, data l’affinità con il sound britannico e le precedenti uscite su etichette dello stesso calibro (da segnalare alcuni EP molto validi di Tessela su R&S).
La XL, solitamente, è un salto in avanti per qualsiasi producer, e c’è da dire che non vi è dubbio che molti dei singoli che compongono il disco saranno un successo in termini monetari e di fama per il duo: basta girare per qualsiasi festival europeo rendersene conto. Non è neanche un errore dire che la sua natura di club-tracks raccolte sia di intralcio ad un ascolto puramente casalingo. Questo a patto che si voglia fare esperienza di una temporalità dilatata come poche, perché questi soli 48 minuti di ascolto sembrano durare un’infinità.
Il problema risiede nelle sonorità in sé. Quello che abbiamo è una panoramica anche troppo nostalgica delle tendenze che hanno attraversato la musica da dancefloor negli ultimi anni (i ritmi latineggianti in Cold Blooded, l’abuso di vocal pitchati). Il basso prepotente è funzionale a degli spazi ampi, ma contrasta con l’accompagnamento costante di testi, che avvicina il tutto ad un disco pop. Il meccanismo si inceppa su sé stesso, diventando vittima dei suoi stessi artifici. È come se ad un certo punto i due inserissero il pilota automatico, prendendo una direzione e stabilendosi su quella semplicemente rimescolando le carte di una formula che, ahimè, con i turisti di ventura delle piste da ballo funziona fin troppo bene. Ciò che bisogna chiedersi, infatti, è se nel suo vendersi come album in grado di avvicinare chi non è avvezzo al genere Good Lies tradisca una presunta accessibilità, abituando ad un ascolto fittizio che mal si sposa con un vero interesse per l’elettronica.
Le istanze precedenti dei due non sono state allontanate, e questo disco si potrebbe dire che rappresenta un’evoluzione dei rispettivi stilemi. Un’evoluzione troppo composta, che dovrebbe, invece, convincere, vista l’esperienza accumulata dalle rispettive carriere nel genere. Altri “colleghi” hanno percorso territori maggiormente inesplorati nei loro album di debutto pur con maggior successo: è un esempio il recente & the Charm di Avalon Emerson, che spostandosi su atmosfere più da ascolto consegna un progetto in cui esplora la forma-canzone classicamente intesa in un leftfield-pop piacevole. Da un duo che ha fatto dei ritmi spezzati e breaks UK il suo tratto distintivo, ci si aspettava qualcosa di più.
Il lead single, So U Kno, fa il suo lavoro nel momento in cui costruisce un ritornello che rimane impresso in testa, così come altri momenti del disco. Ma se il compito del basso è sempre stato quello di toccare la pancia, quello che fa la musica degli Overmono è populismo da dancefloor: un povero attaccamento all’emotività dell’ascoltatore, che smuove degli impulsi basici e sembra creata per un meccanismo che soddisfa sul momento, lasciando una forte sensazione di irrisolutezza. Ciò di cui possiamo compiacerci è una nota di leggerezza, che, tuttavia, perde completamente di senso quando sulla pista non è liberatoria.
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