Recensioni

Che ne sarà degli Arcade Fire? Questa la domanda, insistente e nevrotica, che da diverse settimane rimbalza tra le pareti della scatola cranica e della gabbia toracica di ogni fan della band di Montréal. A ridosso dell’uscita del nuovo album, Will Butler – fratello del frontman Win e membro storico del gruppo – ha annunciato la sua uscita dal gruppo, delineandosi oggi come la prima tessera dell’effetto domino che ha portato Feist ad abbandonare il tour di cui era opening act. E sono solo il capo e la momentanea coda di un disastro difficile da inquadrare, per ora.
“Ma per favore, non mettere la tua vita nelle mani di una rock and roll band che la getterà via”, dicevano gli Oasis in un lampo di altruismo mascherato da scarico di responsabilità (o forse era il contrario?). Chi prima, chi dopo, tutti si sono ritrovati a pensare che avessero ragione e che quello di Don’t Look Back in Anger fosse un preziosissimo consiglio. Quest’anno è il turno dei fan degli Arcade Fire, costretti a fare i conti con il crollo dell’idealizzazione di Win Butler, in seguito all’inchiesta di Pitchfork che lo vede al centro di varie accuse di molestie sessuali e da cui cerca di difendersi come può.

In attesa di far chiarezza in questa vicenda torbida, la tournée prosegue e ha il compito di dare una vaga risposta a quella domanda imperante. Che ne sarà degli Arcade Fire? Il palco sembra urlare: “ci siamo e siamo qui per restare, nonostante tutto”. La cupola proiettata sul megaschermo si dischiude sopra le teste di musicisti lasciando il posto alle striature pigmentate di un’iride. È l’artwork di WE, ultima fatica discografica, che accoglie la platea del Mediolanum Forum di Assago, Milano, sulle note di Age of Anxiety I. Che inizio magnifico: il collettivo di musicisti invade ogni angolo del palco scatenando fin da subito un’energia irresistibile. L’assenza di Will si fa sentire e dà un leggero senso di smarrimento, ma basta poco per rendersi conto che il nuovo membro di questa stravagante famiglia, Paul Beaubrun, è molto più di un mestierante polistrumentista. Anzi, è qui per rubare le scena.
Dopo una splendida esecuzione di Neighborhood #1 (Tunnels), proprio quando la macchina degli Arcade Fire sembra ben avviata e pronta a dissipare dubbi e timori, Win Butler cade rovinosamente sul palco. Piove sul bagnato, eh? Quei secondi di incertezza, l’arrivo della crew, la preoccupazione di Régine Chassagne. Potrebbe diventare quasi un’amara rassegnazione, un contrordine che vuole riesumare la domanda iniziale. Ma Win si rialza, zoppicante, e per la prima volta sembra non voler far finta di nulla: “purtroppo siamo questo maledetto ammasso di carne, ossa e sangue”.
Si riparte da qui, dalla consapevolezza di dover valicare le debolezze, e nel giro di qualche brano sembra che Win si dimentichi già il suo “dovrò solo saltare di meno”. Perché c’è Afterlife e la festa che ne comporta. Il Forum esplode in una danza frenetica che sa allo stesso tempo di resa e trionfo. Sembra di vedere tanti beatnik ballare sulla propria inquietudine, in preda a quella febbrile follia che solo lo smarrimento può liberare. “Can we work it out? / If we scream and shout, ‘till we work it out” è l’urlo collettivo, che diventa inno, che diventa speranza, che diventa liberazione.

C’è la dirompente Reflektor – con un delicato snippet di Fame di David Bowie a ricongiungere la band con i suoi numi tutelari – e la bizzarra richiesta di un circle pit su Age of Anxiety II (Rabbit Hole). C’è l’apprezzato debutto di Generation A e ci sono le catartiche The Lightning I e The Lightning II a sfoggiare lo smisurato arsenale degli Arcade Fire, grazie al quale superano indenni qualche problema tecnico di troppo. Si balla col rock, in un vortice di luci, visual e cambi d’abito che sottolineano lo strapotere scenico della band. E poi c’è sempre lui, Paul Beaubrun, il nuovo arrivato, a prendersi la platea mentre le sue mani percuoto il djembe e i suoi dreadlock sferzano l’aria, diventando l’assoluto protagonista di Rebellion (Lies).
Su Unconditional I (Lookout Kid) il palco viene invaso da laser e airdancer colorati – meglio conosciuti come “pupazzo gonfiabile che saluta come uno scemo” – e a quel punto non c’è più nulla che possa far dubitare il pubblico della riuscita della serata. Win è anche ormai tornato padrone del proprio corpo, ma è nelle mani di sua moglie, Régine, che la parte finale del set si modella come un vaso di argilla. Raggiunge il palco secondario, proprio sotto alla mirrorball che ha reso il Forum la personale sala da ballo degli Arcade Fire, e confeziona una maestosa versione di Sprawl II (Mountains Beyond Mountains).

Dopo Everything Now, la band lascia il palco, solo per raggiungere pochi istanti dopo lo stage B. In questa configurazione a 360°, sembrano affrontare i propri demoni guardandosi le spalle a vicenda, come gli Avengers nell’iconica scena della battaglia di New York. Compatti, pronti ad emozionare ed emozionarsi, regalano una versione da brividi di End of the Empire, seguita da Neon Bible e Wake Up, che chiudono lo show tra l’ovazione del pubblico e i ringraziamenti della band.
Alla fine della serata è davvero complicato tirare le somme. Una grandiosa performance, come questa, forse non basta a rispondere alla domanda iniziale. Non bastano neanche gli sguardi complici tra Régine e Win a fine concerto, o la promessa finale di Win: “torneremo ogni volta che ci sarà concesso farlo, fino alla fine”.

Conoscete il cosiddetto “principio della rana bollita”, di Noam Chomsky? Immaginate una rana immersa in un pentolone di acqua fredda, posto sulla fiamma viva di un fornello. Dapprima nuota felice e inconsapevole, poi si gode il tepore dell’acqua, ingannata da quella condizione apparentemente godibile. Solo che la temperatura continua a salire, diventa un po’ troppo calda. La rana smette di nuotare ma non si spaventa, almeno finché non si arriva all’ebollizione: a quel punto è troppo debole per reagire e perciç soccombe, bollita. Chomsky usava questo principio per spiegare il totalitarismo, ma è efficace nel descrivere qualsiasi condizione in cui ci si affida ingenuamente a qualcosa di pericoloso. Esatto, proprio come mettere la vita nelle mani di una rock and roll band, come dicevano i fratelli Gallagher.
Ma forse questa sera, e questa sera soltanto, possiamo invertire il principio. Dapprima immersi in un pentolone d’acqua bollente, poi cullati e rassicurati dal tepore della temperatura che scende, ne usciamo infine nuotando nell’acqua fresca. Lieti di aver rivisto lo spettacolo unico e indimenticabile degli Arcade Fire, nonostante tutto.
Foto di Francesca Sara Cauli (gallery completa)
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