Recensioni

«Sapere dove andare e sapere come andarci sono due processi mentali diversi», scriveva Eric Blair. Il giornalista che aveva partecipato come volontario alla Guerra civile spagnola; il bambino che odiava la scuola e che si sarebbe fatto arrestare da adulto per «avere un assaggio della prigione»; il pensatore tatuato che possedeva una capra di nome Muriel, coniò il termine “Guerra fredda”, odiava il tè e le riviste di moda, e che rischiò di morire mentre scriveva 1984. Orwell ha da sempre esercitato un’influenza importante nella cultura pop: tra gli omaggi più famosi c’è quel Diamond Dogs di David Bowie, uno dei padrini degli Arcade Fire.
Parlare di WE significa partire da queste due figure e capire quanto abbiano inciso sull’immaginario di Win Butler. L’infatuazione per il Duca Bianco per la band di Funeral è stata immediata – presenziava con David Byrne già allo storico concerto degli Arcade Fire al Bowery Ballroom di New York – e si è tramutata in una connessione profonda, sancita dalle voci di sua maestà Bowie in Reflektor. A un certo punto, durante le registrazioni di WE, il telefono di Butler si è messo a suonare un brano di Low senza alcun apparente motivo: «È stato davvero strano. Non credo ai fantasmi, ma credo in David Bowie», ha confessato il cantante a Zane Lowe su Apple Music. Nella stessa intervista, Butler ha unito i punti definendo Orwell uno dei suoi eroi (nel 2018 al Guardian diceva che «le persone hanno perso la capacità di capire persino cosa sia uno scherzo. È molto orwelliano») e parlando di come il suo saggio Perché scrivo lo abbia influenzato per il nuovo album, in particolare il concetto di «Non usare mai una parola lunga quando si può usare una corta». Da qui quel noi del titolo e una serie di riflessioni su questi anni di crisi, già abilmente descritti in Reflektor, dove il concetto feuerbachiano di “era riflessiva” era immerso in un’elettronica esotica e oscura.
Un’altra era, Age of Anxiety II (Rabbit Hole), riporta alla connessione con Bowie attraverso quel “plastic soul” del periodo Young Americans, mentre in End Of The Empire I-IV è la triangolazione tra il Lennon solista, i Beatles sospesi tra A Day in the Life e Strawberry Fields Forever, e l’epopea sonora di Ziggy Stardust a settare la rotta. Age of Anxiety I spinge su una dance epica, come se volesse sintetizzare l’impeto di Rebellion (Lies) in scenari digitali, mentre in Unconditional II (Race and Religion) fanno capolino esotismi haitiani tenuti a bada da atmosfere a là Laurie Anderson. The Lightning I,II ci aveva fatto capire che WE è posseduto da due anime: una più spirituale e meditativa che emerge spesso nella discografia degli Arcade Fire (Wake Up, per citare solo la più intensa), un’altra legata all’energia che negli anni l’ensemble ha disseminato lungo brani come No Cars Go, Neighborhood #3 (Power Out) e Ready to Start. In questo spazio sonoro – in cui si riaffacciano i primi tre lavori della band – convivono anche il sentimento acustico di Unconditional I (Lookout Kid) e della title track, alla quale tocca il compito di chiudere il disco con una spiritualità atmosferica che sembra essere il contraltare dell’incipit di Everything Now.
Dicevamo in occasione dello scorso album che tutto era cambiato per sempre e, cinque anni dopo, la sensazione è la stessa: Will Butler lascia la band dopo le sessioni di registrazione perché vuole dare spazio anche ai suoi altri interessi – in primis la sua carriera solista – mentre la produzione è qui affidata a Nigel Godrich, una novità che innesca nella pulizia di Everything Now un’atmosfera escapista, meno centrata del precedente lavoro sul piano sonoro (attorno al sesto minuto di End Of The Empire I-IV si può sentire anche un piccolo rimando al jazz radioheadiano di Kid A/Amnesiac). Su quello testuale, invece, WE è ben più interessante del suo predecessore: il nostro presente è «a maze of mirrors / it’s a hologram of a ghost» che dobbiamo esorcizzare, ma, allo stesso tempo un labirinto costruito da nostro padre in cui noi siamo stati condannati a nascere (Age of Anxiety II). Più in generale, assistiamo alla fine del mondo per come lo conosciamo (quella fine dell’impero che ci accompagna nella prima parte del disco) e usciamo a rivedere i fulmini nel secondo atto di WE. Lo facciamo attraverso un Virgilio col quale guardare «the moon on the ocean / where California used to be» e aneliamo di poter ballare, un’ultima volta prima dell’apocalisse. Ma, al posto della fine del mondo, ecco un momento in cui l’ansia è sconfitta e, finalmente, ritroviamo una connessione, non tralasciando l’introspezione, che prende il sopravvento quando Butler, ossessionato dall’Afterlife, ci lascia con un quesito irrisolto: «when everything ends / can WE do it again?».
WE è un passo in avanti che mette in soffitta il precedente disco; un compendio della carriera degli Arcade Fire lontano dalle loro vette creative, ma capace di dimostrare che, nonostante il passare del tempo e i cambiamenti interni (genitorialità, defezioni) ed esterni alla band (pandemie, guerre, cambiamento climatico), il nucleo atomico dell’enseble è capace ancora di stabilire una connessione con chi si mette all’ascolto e di strattonare le nostre emozioni. Forse gli Arcade Fire non sanno dove andare, ma certamente sono consapevoli di come arrivarci.
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