Recensioni

A due anni dal successo di E poi siamo finiti nel vortice, Annalisa ritorna con Ma Io Sono Fuoco, un disco che punta a consolidare la svolta pop sintetica intrapresa nel lavoro precedente, fortemente supportata dai numeri. L’obiettivo è chiaro: trasformare il proprio percorso personale in una proposta mainstream compiuta.
Prodotto ancora una volta da Davide Simonetta con la collaborazione di Placido Salamone, l’album amplia l’immaginario sonoro citando apertamente ABBA e Raffaella Carrà, ma resta saldamente ancorato ai richiami rétro anni Ottanta. Un impianto notturno, patinato, abitato da amori tossici, rivalse esibite, desideri sussurrati ma sempre in cerca di una posa espressiva.
Non ci si aspetta da Annalisa rotture stilistiche improvvise o arditezze autoriali. Ma proprio quando tutto è così perfettamente calcolato, anche l’easy listening si appiattisce. Manca una scrittura che, pur senza ambire a profondità esistenziali — non richieste, in fondo, al pop — riesca a restituire almeno la complessità di rimandi, ponderare strofe e parole che contengono di più di loro stesse. Donna Summer — la cui I Feel Love è citata in Emanuela — cantava d’amore, di festa, di desiderio, di autodeterminazione, esattamente come fa Annalisa, ma incarnava, letteralmente, la liberazione del corpo femminile e la riappropriazione del piacere da parte delle donne, senza mediazioni maschili. Lì si parlava di anima elettronica, d’ibridazione tra umano e sintetico, una molteplicità di rimandi dettati anche dalla novità assoluta di utilizzare sintetizzatori modulari e sequencer in un contesto pop.
In Ma Io Sono Fuoco si parla invece di brand, posizionamento, marketing e di una donna che ha sempre un uomo che la fa tribolare. Ma il problema, banalmente e pervasivamente in un panorama pop come quello italiano scritto a tavolino da quattro parolieri anche co-produttori, è la scrittura: frasi a effetto si susseguono senza sosta, senza lasciar traccia.
E in siffatto quadro lirico, tutto l’apparato ottantiano, moroderiano, la discoteca e questa notte che non arriva mai all’alba si rivelano simulacro: un involontario episodio di Black Mirror che si crede celebrazione di un dancefloor che ha perso ogni identità, partecipazione e appartenenza.
Spesso i brani attaccano con strofe che sembrano voler toccare chissà quali temi ma sono teaser, e non serve un corso di semiotica per capirlo: in Esibizionista, “notti dorate, innocenza e anarchia” sono data entry da dare in pasto a un’AI tronista; l’uomo vanitoso, egocentrico, superficiale, senza dignità dal quale la protagonista, pur attratta, prende le distanze con un tocco d’ironia che non arriva davvero da nessuna parte (“Sei mai stata crocifissa per ingenuità / Succede – a chi? – alle ragazze perbene / Non cadrò nei cliché…”).
In tutto questo drama, Avvelenata — un r’n’r liofilizzato con il featuring di Paolo Santo (alias Paolo Antonacci) — con le sue strofe civettuole e i riferimenti Sixties, arriva come una boccata d’ossigeno, quel briciolo di leggerezza che manca a tutto il resto, sepolto da strati di arpeggiatori, un piano sequenza d’amori che altro non sono che “catastrofi annunciate” (Chiodi).
Non va meglio quando Annalisa si sdoppia nella sua versione maschile, come in un sogno post-trash à la Tommy Cash (Maschio), mescolando estetica da varietà e immaginario queer-friendly nel tentativo di rovesciare lo sguardo sul desiderio. Né quando, con Marco Mengoni, si presta a una drammaturgia vocale ad alzo zero — l’ennesima storia di tradimento — sullo sfondo di Piazza San Marco: una power ballad anestetica pensata bene sulla carta che lì rimane.
I riferimenti alla disco italiana, a icone popolari della liberazione sessuale come Carrà o internazionali come Summer, sono importanti ma, quando un’operazione è fatta senza cuore, brilla ma non scalda.
Il pop di Annalisa, anche ai massimi della sua popolarità, è prodotto da ingranaggi ben oliati e meccanismi esibiti senza pudore. C’è un team che punta alla perfezione, c’è una voce che seduce, c’è un’immagine che funziona. Ma manca il carisma necessario. Annalisa affascina — esteticamente, vocalmente — ma ascoltandola con attenzione si avverte che la donna che impersona nei suoi testi non è realmente lei: è una costruzione, una fantasia di femminilità pop cui è stato assegnato un copione, spesso scritto da sguardi maschili.
E così, quel fuoco che dovrebbe incendiare il dancefloor finisce per spegnersi sotto strati di frasi fatte, atmosfere imitate, racconti d’amore stereotipati. Io Sono Fuoco è una luce artificiale, perfetta da fotografare, meno da sentire.
Amazon
