Annalisa
Annalisa, still da “Maschio” (2025)

Annalisa e il suo “Maschio”: teologia da pista da ballo tra ABBA e Carrà

Uscito l’8 maggio, giusto in tempo per intercettare i picchi d’attenzione mediatici dell’Eurovision e l’elezione del nuovo Papa, Maschio di Annalisa sembra studiato per essere l’instant pop perfetto: il brano giusto al momento giusto, con i riferimenti giusti. La cantante – coautrice insieme a Paolo Antonacci e Davide Simonetta (che cura anche la produzione) – rilancia la propria traiettoria electro-pop con un singolo che mescola estetica da varietà, testi ambigui, luccichii e giochi di luci da dancefloor e un immaginario queer-friendly.

Il videoclip, diretto da Giulio Rosati, propone un set futurista anni ’80, tra luci ipnotiche, look da Annie Lennox (o meglio Christine and the Queens) e una narrazione in cui la cantante si sdoppia nella sua versione maschile, come in un sogno post-trash à la Tommy Cash. Non è un caso che proprio l’artista estone – in gara proprio all’Eurovision – porti un brano in italiano costruito su una visione feticistica dell’Italia vista dall’estero e Maschio lavora esattamente dentro questi codici, traducendoli in patinata sensualità, gelosie, femminilità e ambiguità.

Il testo, però, fa un passo in più, o meglio, uno a lato. Alternando immagini da soap pop (la furia cieca, la terapia, la gelosia che ribolle in silenzio) a uno strano impasto di misticismo e perversione (“te lo giuro su Maria”, “perdona i miei peccati come ha fatto Gesù”), Annalisa costruisce una narrazione liquida che gioca con ruoli, desideri e identità, ma sempre in modo funzionale alla canzone-tormentone. I versi “mi venderei per tutto, per zero / mi venderei per finta e davvero” sono pura televendita della provocazione. L’immaginario è quello di Raffaella Carrà, non certo Rina Sawayama. E se il riferimento religioso vuole essere un cortocircuito pop, la coincidenza temporale con l’elezione papale sembra suggerire (tecnicamente non lo sarà, ma vai a sapere) una perfetta operazione di instant marketing.

Annalisa mette in scena il maschio – e quindi la sua idea di maschilità – come uno spazio di eccesso e contraddizione: venduto, fragile, potente e un po’ ridicolo, ma sicuramente stiamo andando oltre i reali meriti di un testo coerente con la carriera recente della cantante: moderno nella produzione, conservatore nella struttura, trasgressivo quel tanto che basta per non turbare. Una canzone che funziona come specchio pop dei tempi – tra gender fluidity addomesticata, kitsch da salotto – ma che, proprio per questo, non lascia nulla dietro di sé se non appunto il tormento per il quale è stata congegnata.

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