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7.4

Ci ha spiazzati una prima e una seconda volta. Avevamo lasciato Alan Sparhwak da solo con i suoi strumenti elettronici e la sua voce resa irriconoscibile dagli effetti. Eravamo rimasti disorientati. Avevamo immaginato quello che lui in qualche modo ci ha confermato nella nostra intervista: la difficoltà, più che tecnica, emotiva, di dover ricominciare da solo, insicurezze sulla sua voce che erano sicuramente anche – o forse prima di tutto – la percezione di una mancanza. Umana. Però anche il ritorno alla musica come una necessità. Non solo sua direi ma anche nostra, considerando quello che ci saremmo persi se avessero vinto il dolore e le insicurezze.

Ed è qui entrano in gioco gli amici. I Tramped by Turtles, un gruppo folk-bluegrass di Duluth che i Low avevano preso un po’ sotto la loro ala agli inizi, si stringono intorno a lui e al suo dolore, lo invitano a unirsi a un loro tour. Ne nasce l’idea di provare a fare qualcosa insieme. L’occasione si presenta nell’inverno del 2024, quando White Roses, My God non è stato ancora ultimato: Alan raggiunge i Tramped by Turtles durante le registrazioni di un loro disco ai Pachyderm Studios a Cannon Falls, in Minnesota e porta alcune canzoni. Dopo una prima giornata di registrazioni se ne aggiunge una seconda. Ma quello che ne viene fuori è sufficiente per fare un disco – e che disco lo vedremo – praticamente già pronto, a cui serve soltanto qualche piccola rifinitura con Nat Harvie (che ha un ruolo importante, a quanto pare, anche nel convincere Alan a non rifare certe voci; e lui decide che forse è il caso di fidarsi e di lasciarsi un po’ andare).

Il risultato è strabiliante. È quanto di più distante eppure intimamente connesso al disco precedente. Due pezzi vengono da lì: sono Get Still, reinventata con chitarra e banjo al posto dei sintetizzatori – per un tratto anche da violino dissonante – e soprattutto con la voce restituita al suo timbro “umano” accompagnata da cori “magici” e che scivola in un falsetto soul, e Heaven, rivisitata da uno splendido da un arrangiamento folk – con violino e mandolini assolutamente psichedelici.

Torniamo all’inizio, ora, perché va bene, che folk-bluegrass sia, ma la maestria dei Trampled by Turtles più che al servizio è in naturale sintonia con la poetica di Alan: il feeling vibrante, il passo drammatico di Stranger e le volate melodiose di Too High sono frutto della forza espressiva delle canzoni in sé quanto del lavoro spontaneo, quasi improvvisato – a sentire il racconto dei protagonisti – ma incredibilmente attento di ogni singolo musicista della band. Veniamo ai brani più emozionanti in scaletta. Not Broken è la canzone più bella dei Low che non avevamo potuto ancora sentire. L’hanno scritta Alan e Mimi quando lei stava già molto male. E la voce – incredibilmente simile a quella di Mimi – è della loro figlia, Hollis. Non serve dire molto altro (anche Too High era un brano scritto per i Low, così come Princess Road Surgery, che ha un che di beatlesiano).

E poi c’è Screaming Song: nel testo c’è il racconto in crescendo della sofferenza più annichilente, ma musicalmente il vero grido di dolore, autentico, letterale, esplode al culmine una melodia dolcissima, ed è affidato non alla voce ma alle note scarnificate di uno dei violini più dissonanti mai immaginati dentro una canzone folk, in un lungo assolo che è di una potenza emotiva lacerante. Il violino di Ryan Young è fantastico anche in Don’t Take Your Light – dove fa cose più alla Warren Ellis –, penultimo brano in scaletta: l’ultimo è Torn & in Ashes, che termina con un verso, Leaving you now with only what’s good, che potrebbe essere letto in tanti modi.

Sono nove pezzi concisi nella forma e ricchi di particolari, strabilianti se si pensa a come siano nati quasi al volo – non nella scrittura ma nella veste sgargiante in cui qui li si ascolta –, quasi in maniera telepatica, grazie una risonanza, umana e musicale, profonda che lega i suoi protagonisti al punto da rendere tutto questo così immediato. Presentato, giustamente, non come un semplice disco “solista” ma come un’opera corale, è il miglior lavoro che potevamo immaginare non tanto da Alan (che di album di altissimo livello ne composti diversi) ma per lui: restituito a ciò che fin qui gli è riuscito meglio, senza nulla togliere alle idee di White Roses, My God, ora sarà ancora più libero di fare quello che vuole.

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