Lo ammetto: non è stato il Damon Albarn di The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows a convincermi a scrivere questo articolo e nemmeno quell’Honest Labour con cui gli Space Afrika «raggiungono nuovi livelli di sofisticazione barattando l’approccio antropologico del passato con uno sguardo più introspettivo»; non è stata una pur brava Little Simz che con Sometimes I Might Be Introvert «spinge a tavoletta sul pedale dell’ambizione» né la Moor Mother di un Black Encyclopedia Of The Air in cui «l’ispirazione è fluida» e «il messaggio trova forme impreviste».
È stata invece la Cristina Donà di deSidera che, arrivata quasi di soppiatto a fine anno, mi ha suggerito una chiave di lettura plausibile per questo elenco (dis)ordinato di titoli che anche nel 2021 siamo stati chiamati a stilare. Lo ha fatto con 10 brani talmente lontani dalla contemporaneità della musica che gira intorno da diventare per chi scrive “classici” istantanei. Una narrazione affascinante, non per forza di cose gradevole al primo impatto o sempre significativa sul versante della facile orecchiabilità, eppure magnetica sulla lunga distanza. In realtà, guardando le prime reazioni al disco mi pare di poter dire che deSidera avrà vita più dura di un Così vicini capace di mettere d’accordo un po’ tutti, ma a mio modo di vedere rimane una delle cose più intime, affascinanti e coraggiose mai prodotte da Donà. Parole e melodie ambiziose, arrangiamenti in bilico tra rock e sfera celeste a stabilire un lessico caratterizzato da tempi e modi propri, una forza comunicativa che è messaggio ma anche immaginario musicale totalizzante fanno del disco un piccolo rifugio in cui barricarsi per qualche tempo, in attesa che là fuori le cose migliorino.
Da qui, il trait d’union con gli album che troverete nelle prime dieci posizione della mia classifica: l’essere quasi sempre fuori dal tempo e liberi dai meccanismi dello Spotify-pensiero, e dunque squisitamente autarchici. Musica che ha reso il mio 2021 degno di nota, materiale che necessita di vari passaggi per dire la sua (oggigiorno chi può permettersi di ascoltare un album con la necessaria calma? Forse solo chi lo acquista, ovvero chi decide di investire tempo e denaro sul lavoro di qualcun altro…) perché sceglie di colorare fuori dai bordi prestabiliti dai corsi e ricorsi stilistici. Una ricerca di identità che ora più che mai, sia in musica che nella vita di tutti i giorni, considero un merito, in tempi in cui l’omologazione è diventata un’aspirazione, una comoda consuetudine per chi decide dei nostri destini (politici e di consumatori), e non più un avversario a cui opporre un atteggiamento risoluto, più costruttivo e meno scontato. Ascoltando i discorsi dei teenager o di certi under trenta, l’impressione è che i nativi digitali siano stati inconsapevolmente privati di quel passato fatto di vicende storiche ed espressioni culturali da cui trarre ispirazione che ha formato l’identità di noi boomer analogici, della voglia di cercare forme artistiche fuori dai canali di comunicazione più frequentati, del desiderio di essere sé stessi e non una particella di sodio in un flusso indistinto di stories o reel. Essere cool oggigiorno significa purtroppo vivere un presente senza data di scadenza (e qui siamo d’accordo col solito, lucido Solventi), in cui ogni aspetto della vita è pesantemente influenzato da ciò che passa per lo schermo di uno smartphone o per il profilo di qualche influencer (gli stessi o le stesse per tutti/e, naturalmente), con buona pace di quell’ideologia alternativa che per cinquanta anni ha dato forma ai sogni e agli ideali di chi ha cercato nei suoni, in qualche magazine specializzato, nel cinema o nei libri tessere di un mosaico più ampio e composito.
E allora ecco i dieci dischi a cui mi aggrappo, quasi fossero un salvagente per un attempato loser in vena di nostalgie. Eccettuati forse i Black Country, New Road – anche loro fuori dal coro, ma perché residenti in un tempo e un luogo preciso che rubrichiamo alla voce “post-punk” – tutti gli altri artisti della sporca decina – per le altre posizioni in classifica, c’è la pagina dedicata – sono battitori liberi poco interessati a stare al passo con i tempi e a solleticare l’amor proprio di chi li ascolta. In cima alla lista c’è lui, l’Iosonouncane di IRA, vincitore morale e migliore esperienza dell’anno per il sottoscritto, forse anche perché la più estrema dal punto di vista del concept formalizzato. A seguire, oltre alla già citata Cristina Donà, un Richard Dawson che con i Circle trova una splendida quadratura per la sua istrionica e volutamente sgrammaticata estetica dando alle stampe un Henki sgargiante quanto intenso, ma anche un Promises di Floating Points e Pharoah Sanders capace di lavorare sulle coloriture minimali di un suono che ha la grazia di un giardino zen e tutta la saggezza del jazz. L’esatto contrario di The Third Chimpanzee EP di un Martin Gore meravigliosamente primordiale e inquietante, o dei “soliti” Low, che in Hey What se ne sbattono allegramente del concetto di mastering di qualità compilando una piccola enciclopedia personale in cui far convivere scelte estreme in termini di estetica della registrazione e momenti gloriosi dal punto di vista della scrittura musicale. Ma nella decina rientrano anche un Nick Cave (Carnage) ormai dispensatore di consigli ad ampio raggio almeno quanto di dischi sublimi, sia con il buon Warren Ellis che con i Bad Seeds, degli Arab Strap che non ci stancheremo mai di lodare per un ritorno fulminante come As Days Get Dark e il Murcof più astratto ma non meno efficace di The Alias Sessions.
In questo 2021 avrei voluto ascoltare molta più musica di quella che sono riuscito ad avvicinare – più o meno come facevo a inizio millennio, quando gli anni erano 25 e non 46, e gli impegni professionali si chiamavano prospettive o al massimo punti di vista sul mondo – e perdere molto meno tempo con obblighi vari, discorsi inutili e altre questioni. Un proposito che rimando al 2022, sperando che il suddetto possa anche essere l’anno in cui tornerò ad assistere a qualche concerto con animo più leggero e con la voglia di farmi mettere in difficoltà da chi sta su quel palco a regalarmi il suo punto di vista sull’arte e sulla vita vissuta. Perché in fondo è di questo che parliamo quando discutiamo di musica, no? State bene.
01. Iosonouncane – Ira
02. Richard Dawson & Circle – Henki
03. Cristina Donà – deSidera
04. Black Country, New Road – For The First Time
05. Low – Hey What
06. Arab Strap – As Days Get Dark
07. Murcof – The Alias Sessions
08. Martin Gore – The Third Chimpanzee EP
09. Nick Cave & Warren Ellis – Carnage
10. Pharoah Sanders e Floating Points – Promises