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7.5

Quando gli opposti si attraggono. Da una parte c’è Richard Dawson, musicista che nel dare voce alle sue canzoni passa senza problemi da un registro medio-basso al falsetto, e come ci si aspetta dal cantautore “tipico” fa della chitarra il suo prolungamento, cosa che mette in chiaro egli stesso col titolo del disco di esordio che pare un biglietto da visita: Richard Dawson Sings Songs and Plays Guitar. Così, giusto per spianare la strada alla critica distratta dei nostri giorni. Va detto però che di quella chitarra Dawson fa un uso tutt’altro che prevedibile e ama sperimentare, usando amplificatori collegati in serie (in senso elettrico) e filtrando lo strumento per mezzo di applicazioni e computer.

A dirla tutta quel “troubadour” con cui l’hanno ovviamente, noiosamente e semplicisticamente già etichettato più volte, va proprio stretto a Dawson, tanto che qualche osservatore più coraggioso l’ha paragonato a Captain Beefheart, o accostato alla fantomatica corrente del freak folk, per quello che vuol dire. Per farla breve, siamo di fronte a un personaggio difficile – evvivadio – da delimitare a un… cerchio? Già, perché agli antipodi del modo di fare musica del paffuto trentenne di Newcastle ci sono i Circle. Band finnica che per sua stessa definizione sguazza con gusto nella New Wave Of Finnish Heavy Metal, con quel che ne consegue in fatto di brutalità sonora e relativo attacco alle coronarie di chi crede che il “bel canto” – così come la bellezza – salverà il mondo.

Sulla carta nulla di più lontano, ma Dawson e Circle hanno cominciato a corteggiarsi come fanno le odierne coppie in divenire via social, fino a quando la band, in realtà più elastica e sfaccettata musicalmente parlando di quanto dica la spaventosa targa NWOFHM saldata al loro blindato, si è dichiarata ufficialmente, invitandolo l’altro a salire insieme sul palco del Helsinki’s Sideways Festival edizione 2019. Dawson ha confessato di essersi sentito come un ragazzino di fronte agli Iron Maiden, e proprio come nelle fiabe dove la bella e la bestia possono danzare insieme, due improbabili compagni di studio di registrazione non hanno ballato ma insieme hanno messo voce e musica, e infine inciso. Quanto basta per un vinile doppio e di colore verde. Venatura che arricchisce anche l’intrigante copertina dominata da una arzigogolata illustrazione in bianco e nero (di Iris Aspinall Priest).

L’anima verde – anzi lo spirito, perché il significato che più si avvicina alla parola finlandese di difficile traduzione che intitola il lavoro è proprio “spirito” – non è un caso, così come la tonalità della pasta dei long playing non è una semplice esca accalappia-collezionisti. Perché la trama che attraversa e lega i sette brani che coprono Henki è verde come le piante di cui parlano i testi cantati da Dawson. Con titoli come Cooksonia (la più antica pianta vissuta tra 420-370 milioni di anni fa), Silphium (vegetale estinto di una ristretta area della Cirenaica, in Libia, che secondo la mitologia fu un regalo di Apollo alla ninfa Cirene), Silene (una piccola pianta perenne e spontanea che in Italia annovera una sessantina di varianti), Ivy (per noi l’Edera), Methuselah (un Pinus longaeva che si trova in California e che con i suoi 4845 anni era considerato il più vecchio albero al mondo, fino a quando i ricercatori ne hanno trovato un altro nella stessa regione che raggiunge i 5067, e non stupisce che un solido rocker possa farne oggetto delle sue visioni), Pitcher (una pianta carnivora), e Lily (il giglio), che in verità è l’unico brano che esula dal mondo botanico poiché si insinua anche sonoramente negli interstizi tra gli incubi della madre di Dawson, che aveva lavorato come infermiera nella Royal Victoria Infirmary di Newcastle.

Musicalmente il disco è meno minaccioso di quanto potessero ambire gli estremisti del metal. Se Dawson ha contribuito, per dirla in politichese, ad abbassare i toni in funzione del suo ruolo (il troubadour, sic!), Janne Westerlund – chitarrista dei Circle che ha avuto l’epifania vegetale – ha dato istruzioni ai compagni di essere meno irruenti e di agire più “like a plant”. Chissà come hanno metabolizzato singolarmente la dritta Pekka Jääskeläinen (chitarra), Julius Jääskeläinen (chitarra), Jussi Lehtisalo (basso), Mika Rättö (tastiere) e Tomi Leppänen (batteria): fatto sta che l’elettricità diffusa che innerva Henki disegna trame tipiche di band immarcescibili come Can e Hawkwind, ma libera anche il retrogusto di caramelle dopate pop-psichedeliche british anni ’90, in questa versione irrobustite dalla tempra finnica sopita ma non del tutto sradicata, o episodi pacati di genia (non freak, ma) folk-progressive.

Influenze antiche, resistenti, capaci di sopravvivere oppure originare future nuove derivazioni in grado di fronteggiare le condizioni avverse (che impongono tanto il disboscamento quanto l’avanzare delle mode sonore effimere). Proprio come fanno le piante più forti e lo spirito che le attraversa o le protegge.

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