Recensioni

7.5

«Il materiale di The Alias Sessions è un po’ più astratto dei miei lavori precedenti, con molti suoni non tonali che a volte sono al centro della scena». Descrive così il suo ritorno a casa Murcof, che pubblica il nuovo disco per Leaf, a tredici anni dall’ultimo disco per l’etichetta di Tony Morley che lo vide anche esordire nel 2002. Come per l’ultima volta, anche in questo caso si tratta di musiche su commissione. Per The Versailles Sessions del 2008 si trattava di una composizione site-specific per Les Grandes Eaux Nocturnes, festival «of sound, light and water» che si tiene a Versailles. Oggi The Alias Sessions raccolgono il materiale preparato per la compagnia svizzera Alias, diretta dal brasiliano Guilherme Botelho. Gli spettacoli sono due, Contre-MondesNormal, ognuno dei quali occupa all’incirca la metà di un disco che, nonostante la sua genesi bipartita, è estremamente omogeneo. E diciamolo subito: la miglior raccolta di composizioni di Murcof.

Qui il musicista messicano trova il perfetto equilibrio tra elettronico e acustico, tra quell’avanguardia e quella classicità che fin dai tempi di Cosmos hanno caratterizzato la sua produzione. La manipolazione estrema di ciò che è organico lo fa quasi apparire come artificioso, mentre ciò che è sulla carta algidamente artificiale acquisisce una specie di pulsazione biologica, in un perfetto costrutto cyborg in cui il metallo è indistinguibile dai tessuti molli, in cui non si riesce a dire cosa è vivo e cosa solamente appare vivo. Ne esce, riprendendo un’intervista a Botelho a proposito di Normal, uno stream di suoni, rumori, addensati emotivi, accadimenti atonali e armonici sui quali da ascoltatori possiamo e in qualche modo dobbiamo proiettare il nostro vissuto individuale. Seppure concepito prima del tempo della pandemia, o forse per il tono profetico che sembra soffiarvi dentro, The Alias Sessions è il disco perfetto per questo periodo di sovvertimenti, in cui ogni individuo nel proprio isolamento subisce un’immanenza collettiva, quella del virus, che si raggruma in ansie, paure, barlumi di speranza, tunnel senza uscite, apnee esistenziali e un’idea di futuro che mai come prima nelle nostre vite appare contemporaneamente come il tempo della speranza e un cumulo di nubi scure che coprono il sole.

Per questo motivo, come suggerisce lo stesso autore nelle note stampa, il disco non va analizzato nelle sue componenti individuali, ma preso nella sua interezza: solo così si potrà apprezzare fino in fondo il cumulo si sensazioni che in poco meno di novanta minuti si affastellano l’una sull’altra, in un caleidoscopio cupo, scuro, a tratti denso, altre volte rarefatto come il vuoto. Ascoltarlo è un’esperienza immersiva non sempre facile, non sempre piacevole, che ricorda, per intenti e non per somiglianza musicale, l’ultimo Scott Walker o le ultime performance dal vivo dei Throbbing Gristle. Sul fronte sonoro, invece, Murcof è sempre riconoscibilissimo, con questa sua capacità di inventare l’inascoltato a ogni nuova composizione (forse è anche per questo suo artigianale lavoro sui timbri che ha accumulato una produzione consistente, ma non sterminata). Per chi scrive, già tra i dischi dell’anno.

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