Recensioni

«Avete visto i Dirty Three? Sono il futuro del rock and roll.» Lo diceva Nick Cave giusto venticinque anni fa (mese più mese meno, era d’estate). Eravamo in un festival all’aperto a Milano (il Sonoria), e Nick chiedeva al pubblico se aveva visto il trio di Warren Ellis che si era esibito su uno dei palchi secondari (qualcuno se li era persi e… me ne pento ancora amaramente). A parte l’amarcord personale, è un piccolo segnale di quello che è accaduto oggi, 2021. Ellis, anima dei Dirty Three, a quel tempo già da tre anni più o meno collaborava con Nick e i Bad Seeds; non solo per la naturale simpatia e il cameratismo che lega Cave con altri musicisti della sua terra natia (l’insospettabile Kylie Minogue con cui aveva appena duettato in Where the Wild Roses Grow) ma in virtù di un’affinità artistica che con il tempo è cresciuta sempre di più. Non so se la profezia si possa dire avverata (i Dirty Three hanno fatto dischi eccellenti, sono rimasti band di culto), ma Cave vedeva senz’altro bene il suo futuro, oltre a quello del rock and roll. Prendendo il testimone di Mick Harvey, di Blixa Bargeld, degli elementi centrali nelle varie incarnazioni della backing band caveiana, Ellis è diventato sì il braccio destro al di fuori dei Bad Seeds, il coautore di tante colonne sonore firmate in due, ma anche il cardine della band, poi idealmente tre quarti dei Bad Seeds, fino a diventare… i Bad Seeds. Il partner artistico preferito. Avevi visto Warren Ellis? Era il futuro di Nick Cave.
Perché è qui che volevamo arrivare. Carnage è il primo disco di canzoni firmato dal duo Cave/Ellis. È anche il primo album, “album vero e proprio”, di Nick Cave – se si eccettua la performance solitaria all’Alexandra Palace – senza la sigla dei Bad Seeds vicino al suo nome. Fa un po’ impressione a pensarci. Vorrà pur dire qualcosa, e non credo c’entri solo la contingenza della pandemia e del periodo di lockdown generalizzato durante il quale è nato questo lavoro. A quanto pare, creato in una full immersion di “due giorni e mezzo” – è quanto più o meno hanno detto i due protagonisti – non tanto perché improvvisato ma perché frutto proprio di un’intesa che pare sempre più istintiva, per non dire automatica (ma in senso surrealista proprio). «A dire il vero non mi ricordo nemmeno bene cosa abbiamo fatto in quei due giorni», ha scritto proprio di recente Nick su theredhandfiles.com. «Abbiamo suonato e suonato in preda a una sorta di furia nebulosa, ognuno di noi testimone della follia dell’altro, lasciando che la musica facesse il suo, che ci conducesse in direzione della parte migliore di noi stessi. O almeno, così pare. La musica ha il potere di fare questo. Di renderti migliore.»
Questo è tutt’altro che un lavoro veloce e easy (che poi di easy nella carriera di Cave c’è ben poco, quasi niente). Carnage è un disco sì più “contenuto”, che non ha la monumentalità e l’estensione di Ghosteen. Eppure si pone sulla scia dell’ultimo lavoro firmato Cave & The Bad Seeds. È altrettanto denso di eventi acustici tra cui è difficile distinguere i suoni organici da quelli che non lo sono, i drones, i rumori atonali, gli effetti ambientali e le sottili orchestrazioni che costruiscono il contesto sonoro in cui sono avvolti il canto e le declamazioni di Cave. Se ricorda sicuramente Ghosteen nel modo in cui questi materiali paiono trattati in maniera molto evanescente e spirituale (parlavamo di fantasmi in sede di recensione, contando su diverse suggestioni), si ricollega anche a Skeleton Tree, da cui a tratti, ma potremmo dire in generale, recupera un po’ più di “corpo” sonoro, e in particolare ritmico.
Questo si nota già all’inizio: in Hand of God, dove nel call and response tra voce e archi si inserisce questo beat sordo, insistente e metronomico che sembra il tracciato di un cuore che batte all’impazzata – e in questa frenesia si trascina dietro altre pulsazioni minacciose e dei cori e controcanti vagamente isterici. O subito dopo, Old Time, che pressa con questo ritmo simil-jazz da club notturno – però molto più aggressivo, sviluppato tra l’altro con una bella dinamica performativa, nonché con i soliti calibrati inserti tra l’orchestrale e il rumorista (c’è pure quello che ha tutte le fattezze di un solo di violino, dissonante e clamoroso). Sempre parlando di ritmo, il groove è il cuore di White Elephant, sorta di talking blues industriale dal piglio cinematografico, fin quando, rullo di tamburi et voila, scatta il super-gospel che rimanda addirittura ai fasti evangelici di The Good Son (!).
È invece la melodia che vince altrove, nella title-track, con i suoi echi soul, nelle dream-ballad Albuquerque e Lavender Fields e Shattered Ground e Balcony Man, che sembrano parti di un unico flusso di idee, only love, with a little bit of rain e un po’ di musica sacra e classica a cui fare riferimento. Tutti da leggere ovviamente i testi, ed è il caso di farlo non tanto cercando di cogliere un filo conduttore logico-narrativo ma lasciandosi andare alle loro tante e per molti versi sorprendenti suggestioni. Le cantacronache della vita di tutti i giorni di Cave e del suo percorso quotidiano di autore che legge Flannery O’Connor in terrazzo con la matita in mano e afferra idee che gli girano attorno, con qualche ricordo d’infanzia che affiora inaspettato (in Carnage); l’attualità trasfigurata, Joe Floyd e Black Lives Matter e l’assalto al Campidoglio richiamati in White Elephant; i versi d’amore di categoria superiore, ma se saranno versi d’amore o visionari è qualcosa che stabilisce soprattutto l’immaginazione di chi ascolta («And there’s a madness in her and a madness in me / And together it forms a kind of sanity», dice in Shattered Ground) – e poi i momenti onirici e i soliti rimandi di credente, oppure semplicemente di amante del linguaggio delle Sacre Scritture, alla visione salvifica, o apocalittica, o consolatoria (o per nulla consolatoria e anzi scettica e rassegnata) di un regno dei cieli: il kingdom in the sky evocato in almeno tre canzoni, Hand of God, White Elephant, Lavender Fields.
Carnage qualitativamente punta in alto, come sempre. Per ora (per ora) sembra un gradino – ma giusto un gradinino – sotto i suoi predecessori. Uscirà, è notizia di questi giorni, anche un complemento visivo sotto forma di film. Vista la recente produzione di Cave, sembra un po’ una mossa non particolarmente sorprendente o eccezionale, per non dire di routine. Ma se la routine è questa, sia per la musica (Skeleton Tree, Ghosteen, Carnage) sia per i film (20,000 Days on Earth, One More Time With Feeling sono comunque visioni stimolanti, con molti motivi d’interesse), ci potremmo quasi quasi – lo dico sottovoce e con un punto di domanda obbligatorio – accontentare?
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