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6.8

Ad un anno di distanza dalla seconda prova lunga, The Age of Aquarius, la formazione psych-rock danese Yin Yin torna sulle scene pubblicando il 19 gennaio su Glitterbeat l’album Mount Matsu.

Il quartetto, fresco di un recente cambio di formazione (il fondatore e polistrumentista Yves Lennertz ha lasciato il gruppo), afferma di aver realizzato il disco più collaborativo di sempre, citando tra le influenze tanto i Kraftwerk quanto i Khruangbin. Dai due brani ad anticiparlo, The Year of the Rabbit e Takahashi Timing, si intercettano inoltre rimandi ai Tame Impala più orientati verso la pista da ballo di The Slow Rush, e ai profumi d’Oriente catturati dalla tagliente miscela funk degli Altın Gün. Se quest’ultimi omaggiano principalmente la musica anatolica, gli Yin Yin, come suggerito dal nome del gruppo, dal titolo del nuovo album (che simboleggia un lungo cammino in salita per ritrovare la scintilla in studio) e dagli innumerevoli richiami ad Oriente contenuti nei titoli delle canzoni, volgono il proprio sguardo alla psichedelia proveniente dal Sudest asiatico. L’elettronica del disco precedente qui scivola, dunque, in secondo piano, lasciando spazio ad un approccio e ad un’estetica maggiormente orientata a quella di una live band anni Settanta.

Nei singoli The Year of the Rabbit, funk e afrobeat si mescolano a desertici riff di chitarra, mentre in Takahashi Timing, come accadeva nel secondo album in studio, un synth entra in scena a metà brano per scompaginare l’arrangiamento e virarlo verso territori disco. La collaudata formula strumentale si ripete pressoché in maniera identica nelle trame di White Storm, The Year of The Rabbit e Pia Dance, prendendosi una pausa solamente nei momenti più contemplativi e rilassati come Komori Uta, Shatsu for Dinner e l’outro dell’arpa di Ascending to Matsu’s Height. Attimi in cui all’invito al ballo sfrenato si preferisce l’ascesi della meditazione, variando, di conseguenza, anche la palette sonora.

In sintesi, se da un lato l’immaginario dichiarato è rispettato con coerenza, permettendo interessanti ibridazioni con strumenti dalle sonorità orientali, dall’altro alle undici composizioni mancano la varietà e i guizzi che avrebbero potuto renderle più memorabili. I quaranta minuti abbondanti dell’LP scorrono senza grandi sorprese, seppur mostrando la collaudata chimica di una formazione (attesa anche nel nostro paese per tre appuntamenti) che punta tutto sull’esecuzione dal vivo. Niente di veramente nuovo sul fronte orientale, insomma.

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