Recensioni

La strada (questa la traduzione dal turco del titolo dell’album) è tracciata e stavolta non si percorre di notte (altra traduzione, ma dal nome del precedente lavoro, Gece, pubblicato nel 2019 e insignito della nomination ai Grammy 2020 nella categoria Best World Music Album) ma alla luce perlopiù di insegne al neon e strobo da dancefloor.
Gli Altın Gün, giunti ormai alla terza prova in studio, sono una realtà consolidata della scena psych che vorremmo dire europea – loro vengono da Amsterdam – ma che è dalla dimensione mondo che trae linfa, poiché l’indomita formazione capitanata dal fondatore/bassista Jasper Verhulst – già nella band di Jacco Gardner – e sì attiva nel Vecchio Continente da quattro anni ma mantiene saldi i suoi legami con le sonorità turche dell’Anatolia, dato che due dei suoi sei membri sono effettivamente originari di quelle parti. Otto… mani (che moltiplicate per sei fanno 48) nel senso che ce le hanno in pasta un po’ ovunque in fatto di generi, dalla world music – appunto – a quella etnica, al funk, alla fusion, in un miscuglio sonoro trascendente che innalza a livelli insospettati.
E se ultimamente Turchia sta facendo sempre più spesso rima con retromania non solo in senso grammaticale (vedi gli Jakuzi, i novelli Depeche Mode di Istanbul), qui è a stratificazioni più massive che si guarda, dal lisergico sciamanesimo dei Goat al jazz truce e oscuro di The Comet Is Coming, alle mutazioni epidermiche di King Gizzard & The Lizard Wizard, all’eversiva ideologia dei Jerusalem In My Heart. Ma non si tratta solo di tradizione rielaborata per un pubblico contemporaneo annoiato e distratto: quello del sestetto è quasi un linguaggio a sé forte di un’ispirazione, di una vena compositiva e di una disinvoltura nella mescolanza di influenze che gli permettono non solo di gingillarsi a cavalcioni sulle barriere che dividono mondi agli antipodi e di passare e ripassare per quella porta d’Oriente di cui possono a ben diritto vantarsi di avere le chiavi; ma gli permette anche di concedersi voli pindarici alla ricerca di nuove traiettorie oblique quanto si vuole ma lineari, ragionate.
Gli Altın Gün godono ormai di una reputazione consolidata che gli consente di fare un po’ quello che vogliono, ché tanto ci azzeccano sempre. Sono la guida a cui ci si affiderebbe in una discesa speleologica o nella scalata di una cima tibetana. Se il melting pot fosse una novità oggi sarebbero pluridecorati, e invece il mondo è ingiusto e devono accontentarsi dell’esigua cerchia di coloro che avranno voglia e buon cuore di accorgersi di loro e stupirsi di quanto si può andare lontani senza perdere la via di casa perché tutto il mondo è casa. Yol è un altro viaggio lungo nuove direttrici e fa registrare un ulteriore step rispetto a una produzione passata comunque già di suo interessantissima (il summenzionato Gece, fatevi il favore, non ve lo perdete per strada). Salta qui all’orecchio l’accresciuto piglio groovy, cadenze danzereccie scandite da beat elettronici che riportano fin troppo lapalissianamente al periodo fine anni ’70/inizio ’80, tra sintetizzatori e handclapping d’annata, e che scivolano su un avant-pop dai risvolti ora misteriosi ed eterei, ora divertenti, ora irriverenti, perfino blasfemi se non addirittura dai propositi deicidi; una “controdottrina” da califfato di rinascita culturale più che da teocrazia liberticida.
Apertura, curiosità e bendisposizione verso l’esterno che sono testimoniati anche dall’aggiunta di nuovi elementi nella palette sonora dell’ensemble, come l’Omnichord, particolare strumento a corde lanciato sul mercato nel 1981 e che tanto piaceva a Devo e Brian Eno (qui lo si sente nei brani Arda Boylari, Kara Toprak e Sevda Olmasaydi), o la drum-machine (elemento chiave nella conclusiva Esmerim Güzelim). Ha detto bene Verhulst: «Quest’album suona come una maestra d’asilo che insegna a suonare ai bambini usando una vecchia Roland T-808 analogica». La maestra però è brava, accidenti. Anche se per i vetusti canoni della nostra scuola ancora deamicisiana, preconciliare e ferma alla riforma Gentile, magari potrebbero accusarla di trattamento diseducativo per aver infilato nel materiale didattico saggi di insolente e giocattoloso vintage pop (Bulunur Mu), sortite serali da pista da ballo (Yüce Dağ Başında), downtempo dai sapori giorgiomoroderiani (il singolo di lancio Ordunun Dereleri) e finanche ciancicamenti frankzappiani (Hey Nari. A proposito: chissà come si dice in arabo «tengo ‘na minchia tanta»).
Ma Yol è molto di più. È un lavoro aperto, inclusivo, cosmopolita, benché sia stato registrato in lockdown e in separata sede da parte dei sei componenti il combo: «Fondamentalmente, l’abbiamo inciso mentre eravamo chiusi in casa, con ognuno a lavorare sulle sue parti – ha spiegato la cantante Merve Daşdemir, che presta la voce a tutti i brani ad eccezione di quel paio dove il microfono se lo prende Erdinç Ecevit -. Quella sensazione di internazionalismo lo si deve probabilmente al fatto che ci scambiavamo i demo su internet». Sarà, ma riuscire ad amalgamare Marrakesh con Rio de Janeiro come in Kara Toprak (e anche Yekte profuma di samba) o a far stare insieme field-recording, meditazioni folk/new age in stile Clannad e Kate Bush, e aneliti cosmici senza rinnegare lo stile classico del gruppo che comunque emerge, intonso, in un paio di pezzi (Sevda Olmasaydı’ e ‘Maçka Yolları), non è impresa da tutti. Complimenti. La strada è quella giusta, e gli Altın Gün stanno parecchio avanti.
Amazon
