Recensioni

Yaya Bey non ha voluto lasciare i suoi fan a stomaco vuoto per troppo tempo. Così, a poco più di un anno dal convincente Ten Fold, la cantante di Brooklyn pubblica do it afraid, sesta fatica che ambisce a essere la definitiva consacrazione per un talento cristallino in costante maturazione artistica e personale.
Sì, perché nell’estro della trentacinquenne convergono troppe linee di gusto black eclettico per essere definite agevolmente: l’hip hop del defunto padre Grand Daddy I.U. (uno dei membri della pionieristica Juice Crew), l’R&B alternativo, la dance/house più moderna e contaminata, l’afropop ripreso e “americanizzato” dal continente nero, il neo soul di Erykah Badu e Janet Jackson, il jazz fumoso da locale sotterraneo anni ’50, e così via. Spunti variegati che, nella versatilità sregolata e appariscente di Bey, trovano un fronte comune nello snocciolare una poetica frammentata e multiforme, tra autocelebrazioni, amore, delusioni e scoperta di sé.
In do it afraid regnano, come sempre, l’incertezza e la contraddizione. La sensualità bacia l’ostentazione, evanescenza e concretezza si fondono, l’eccentrismo passeggia amabilmente con un’intimità e una timidezza in grado di smussare le operazioni. Poi c’è “nonno jazz”, occhio che osserva tutto e mette sempre il suo zampino, anche quando resta in secondo piano: che sia nel boom bap vintage di wake up btch*, nell’house polverosa di in a circle, bella noches pt.1 e aye noche, nello squisito neo-soul di raisins, cindy rella e real yearners unite, o nell’R&B minimale e crepuscolare di no for real, wtf? e a tiny thing that’s mine…
La voce c’è, l’estro pure, le idee non mancano mai. Yaya Bey torna a mettere in risalto un’identità senza identità, cercando nei meandri della blackness una linea convincente e stimolante per emergere. Erykah Badu incontra Digable Planets, Incognito e Kaytranada al Village Vanguard, e in questo, pur piacevole, mescolone di influenze nere, a perdersi sembra essere proprio la stessa Bey, vittima innocente del suo stesso onnivorismo musicale. Poco male, perché se da un lato manca il passo per dominare, dall’altro c’è una cantante talentuosissima e coraggiosa, emblema di una black music statunitense fiera e consapevole, che alle definizioni regolamentate preferisce contaminazioni ed esperimenti.
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